Investire in America Latina all’alba del 2016: il giudizio degli analisti

Secondo gli esperti di Bank Audi Saradar, la moderata crescita economica dei paesi latino-americani induce alla prudenza. Ma tante cose stanno cambiando

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Secondo gli esperti di Bank Audi Saradar, la moderata crescita economica dei paesi latino-americani induce alla prudenza. Ma tante cose stanno cambiando

Negli ultimi dieci anni – secondo uno studio della finanziaria monegasca Camfin S.A. in collaborazione con gli analisti della banca libanese Bank Audi Saradar – le economie latino-americane hanno trasformato profondamente i propri meccanismi di politica monetaria. La maggior parte dei governi della regione ha infatti concesso una maggiore indipendenza alle loro autorità monetarie con l’intento di applicare una serie di politiche volte a controllare l’inflazione e a far in modo che tali operazioni si concentrino particolarmente sui propri mercati. I notevoli progressi nell’ultima decade, come ad esempio la ripresa della crescita e della stabilizzazione macroeconomica, il considerevole sviluppo dei mercati mobiliari locali, gli attuali cambiamenti nel sistema finanziario e una corporate governance più flessibile, hanno contribuito non solo a migliorare la situazione dei mercati ma anche a modificare l’impatto e la portata del controllo monetario, creando la possibilità di implementare politiche macroprudenziali.  Queste politiche, concepite per coprire eventuali rischi sistemici sono possibili grazie all’utilizzo responsabile delle riserve obbligatorie da parte delle banche centrali, il cui obbiettivo principale è garantire la stabilità del sistema finanziario. L’utilizzo di tali riserve diverge quindi rispetto all’impiego classico, che prevede l’implementazione di politiche monetarie espansive, ovvero, l’incremento della liquidità.   America Latina, non tutti i paesi adottano politiche economiche uguali   Negli ultimi anni, le autorità di Paesi come Brasile, Colombia e Perù hanno applicato queste politiche prudenziali per contrastare la crisi economica, incrementando gli obblighi di riserva nel corso dell’espansione del ciclo economico (con l’intenzione di frenare la crescita eccessiva del credito) e le vulnerabilità ad essa associate, impegnandosi, invece, a ridurli durante la fase di decelerazione per alleviare le pressioni sulla liquidità. A prima vista, tutto ciò dovrebbe contribuire ad incentivare una politica monetaria migliore e più efficiente per l’intera regione latinoamericana. Tuttavia, molte riforme sono rimaste incompiute e ciò ha contribuito a mantenere inalterati i segni d’instabilità macroeconomica che rischiano di mettere a repentaglio i notevoli miglioramenti conseguiti negli anni precedenti. Ad esempio, paesi come la Colombia e il Cile, si sono mostrati a favore di una politica volta ad aumentare il tasso di interesse, con inevitabili effetti inflazionistici. Altri segni di instabilità sono stati accertati negli ultimi anni in Honduras e Uruguay dove i tassi d’inflazione sono al di sopra della media del continente anche se hanno cominciato a decrescere a ritmi sostenibili. Per di più, la ripresa economica e la creazione di occupazione registrate fino ad oggi non sono state sufficienti a superare i vecchi ritardi della povertà e della emarginazione sociale.   L’economia sudamericana crescerà del 3,7% nel 2016   Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook (WEO), indica una crescita del 3% nel 2015 e di un 3,7% previsto per la fine del 2016.

Risultati tutt’altro che eccezionali considerando le aspettative di un periodo che molti cominciarono a chiamare il decennio dell’America Latina. La crescita economica della regione ha, difatti, rallentato in modo significativo ed è al di sotto della media degli ultimi dieci anni.  Secondo José Juan Ruìz, capo economista della Banca Interamericana di Sviluppo (IDB), l’obiettivo principale – dopo il superamento degli effetti della crisi globale – sarà la crescita potenziale dell’America Latina e dei Caraibi, evidenziando che le esperienze dei singoli Stati possono risultare sostanzialmente diverse alla consistenza degli strumenti monetari utilizzati. Di conseguenza, ogni stato membro dovrà adottare delle manovre economiche consone alle proprie esigenze e risorse.   Le restrizioni valutarie rallentano la crescita economica   Altri fattori rilevanti  che ostacolano gli investimenti nel continente e la sua crescita futura  sono le restrizioni valutarie che applicano stati come il Venezuela e l’Argentina.
Questo fenomeno è provocato, secondo Alicia Bárcena, segretaria esecutiva della Commissione economica per l’America Latina e i Carabi (CEPAL), dall’attuale allentamento monetario in Europa, Stati Uniti e Giappone che ha battuto la competitività delle esportazioni della regione. Muovendosi in un orizzonte macroprudenziale, le autorità governative dei Paesi latino-americani non riconoscono più il sistema di tassi di cambio multipli, originando difficoltà per risparmiatori ed esportatori. Nell’ultimo anno in Argentina, la terza più grande economia dell’America Latina, si è passati da 4,30 pesos per dollaro a circa 5,40 pesos al dollaro, segnando un divario del 25%. Queste misure, iniziate dal Venezuela e perseguite dall’Argentina, non promettono una crescita esponenziale, in quanto generano una riduzione degli investimenti e provocano maggiore incertezza sul mercato nazionale e internazionale. La recente situazione argentina rappresenta un’ulteriore elemento chiave nell’analisi in questione. Il provvedimento varato dal governo argentino che vieta l’acquisto di dollari con pesos argentini ed il divieto di rimettere all’estero i capitali ricavati nel paese ha generato uno stretto controllo sulle importazioni e sull’accesso alla valuta estera anche per il settore turistico. Questa incessante stretta sulle transazioni valutarie, ha condizionato il resoconto della bilancia commerciale del paese, registrando una situazione di deficit dovuta alla crescita delle loro importazioni. Inoltre, la pressione in aumento al cambio nero del peso, come conseguenza delle restrizioni, può portare il Paese, come afferma l’ex presidente della Banca Centrale del Brasile Gustavo Loyola, ad una nuova situazione di stagnazione economica.

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