Investire a 100 anni per un rendimento dello 0,33% è da folli, ma chi lo ha fatto quest’anno ha gioito

Boom dei prezzi per le obbligazioni di stato di Vienna, che sulle due scadenze a un secolo hanno guadagnato oltre il 40% in pochi mesi.

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Bond Austria, rendimenti ai nuovi minimi storici

Più volte abbiamo scritto che per misurare la “febbre” sui mercati finanziari esiste un termometro particolare, vale a dire il bond a 100 anni dell’Austria. Per l’Eurozona – e di conseguenza, nelle comparazioni globali – sono i Bund della Germania i “benchmark”, ma essi hanno un limite: sono emessi fino alla scadenza dei 30 anni, così come accade per i Treasuries negli USA. Sappiamo che da tempo l’intera curva sovrana tedesca offre rendimenti negativi, ma in un certo senso, è come se il termometro di Berlino si fermasse a misurare la febbre fino ai 40 gradi. Premessa: più bassi i rendimenti dei cosiddetti “safe assets”, più alta la paura tra gli investitori, evidentemente disposti a inserire in portafoglio titoli non fruttiferi o, addirittura, in perdita (accade con i rendimenti negativi), pur di non impiegare i capitali altrove.

Per nostra fortuna, l’Austria ha emesso obbligazioni a 100 anni sin dal settembre del 2017. Ha avuto così tanto successo, che quest’anno ha voluto replicare con l’emissione di una nuova scadenza secolare. Il bond settembre 2117 e cedola 2,10% (ISIN: AT0000A1XML2) ormai si acquista a quasi 235, cioè se voleste investirvi per 1.000 euro nominali, dovreste spendere 2.350 euro. In queste ultime sedute, la quotazione si è riportata nei pressi dei massimi storici toccati a inizio anno, quando il panico serpeggiò sui mercati a causa della pandemia.

Oggi come oggi, questo titolo offre un rendimento di poco superiore allo 0,30%, praticamente quanto offre l’Italia sulla scadenza a 8 anni. Quest’anno, ha guadagnato qualcosa come il 46%.

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Ma i rischi di medio-lungo periodo sono alti

E passiamo all’altro bond, quello che verrà rimborsato a fine giugno del 2120 e con cedola 0,85% (ISIN: AT0000A2HLC4).

Ha meno di sei mesi di vita, eppure ha già regalato enormi soddisfazioni a chi lo aveva comprato in fase di collocamento: +42%. Il titolo si acquista a circa 139, per cui rende un terzo di punto percentuale. Stiamo dicendo che chi lo acquistasse oggi per lasciarlo in eredità a figli e nipoti, alla riscossione le future generazioni percepirebbero un rendimento cumulato di neppure il 33%. Investo 100 oggi per ottenere 130-133 tra 100 anni o poco meno. Un’assurdità, che si spiega proprio con la febbre di cui dicevamo.

Chi li compra? Essenzialmente, gli investitori istituzionali, vuoi perché costretti per regolamentazioni e statuto a tenere in portafoglio assets di alta qualità, vuoi per il desiderio di speculare al rialzo su questi titoli dall’altissima “duration” e, quindi, per loro natura molto volatili. Qualche piccolo investitore potrebbe essere attratto proprio dalle possibilità di guadagno nelle fasi incerte. Per contro, dovrebbe mettere in conto il rovesciamento del destino qualora le condizioni monetarie si normalizzassero e le tensioni sui mercati rientrassero del tutto. Non si tratterebbe di una prospettiva a breve, ma prima o poi accadrà. E basterebbe il rialzo non drastico dei rendimenti per provocare il collasso delle quotazioni. A marzo, ad esempio, il bond 2117 è passato in appena una settimana da 236 a meno di 160, perdendo circa un terzo del suo valore. Era successo che la BCE aveva varato il PEPP subito dopo avere contrariato i mercati al precedente board. Basta poco per “bruciare” una percentuale consistente del capitale.

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