L’inflazione USA segnala tempesta all’orizzonte per il mercato obbligazionario globale

La reflazione in corso pesa come un macigno sulle prospettive a breve e medio termine del mercato obbligazionario

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Inflazione USA ai massimi da agosto 2018

Gli ultimi dati sul tasso d’inflazione negli USA a marzo confermano il trend in corso: +2,6% su base annua dal +1,7% di febbraio. Salito ai massimi da agosto 2018, rispecchia la ripresa robusta in corso presso la prima economia mondiale. D’altra parte, è un pessimo segnale per il mercato obbligazionario americano e, più in generale, globale.

Se guardiamo al grafico dei rendimenti dei Treasuries, notiamo come le aspettative d’inflazione USA si siano ormai portate ai massimi da 15 anni a questa parte. Il “breakeven” a 5 anni tra Treasury con cedola fissa e Treasury con cedola variabile è esploso in area 2,7%, mai così alto dal 2006. Quello a 10 anni scende al 2,35%, in ogni caso nettamente superiore al target d’inflazione USA della Federal Reserve al 2%.

Oggi come oggi, il rendimento reale del decennale americano risulta di quasi il -1,10%. A gennaio 2020, prima che la pandemia facesse irruzione nell’Occidente, si attestava ancora al -0,65%. Allora, la FED teneva i tassi all’1,75%, attualmente allo 0,25%. Proprio la mutata politica monetaria dell’istituto in senso molto più espansivo giustificherebbe un tale crollo dei rendimenti reali. Già, ma per quanto ancora?

Inflazione USA e rendimenti reali sottoterra

L’inflazione USA si è ormai portata sopra il target e tutti i segnali ci spingono a credere che la FED tollererà a questi livelli per un bel po’. Formalmente, al fine di compensare i lunghi periodo in cui il target è stato disatteso al ribasso; nella pratica per sostenere la ripresa economica americana e non urtare i debitori pubblici e privati. Ma è altrettanto evidente che, salvo rischiare di perdere il controllo della stabilità dei prezzi, il governatore Jerome Powell non può neppure girarsi dall’altra parte per troppo tempo.

Un’inflazione USA prossima al 3% già costituisce un limite invalicabile per una banca centrale che si pone come obiettivo di ancorare la crescita dei prezzi al consumo al 2%. E non è neppure detto che tenere i tassi d’interesse reali nettamente in territorio negativo gioverà al mercato dei bond. Man mano che l’inflazione USA salirà o permarrà ai livelli attuali, gli investitori si sposteranno su assets più capaci di proteggere il potere d’acquisto dei loro capitali. La fuga dai bond determinerà una risalita dei rendimenti, pur su livelli reali probabilmente ancora negativi.

Ad ogni modo, se il mercato americano offre pochissimo al netto dell’inflazione USA, altrove va anche peggio. Il Bund a 10 anni rende intorno al -2% reale. Qualche luce s’intravede solo in un Paese come l’Italia, dove ancora oggi il decennale offre rendimenti di poco negativi, forse non ancora per molto. Ma parliamo di debito a ben più alto rischio (teorico). Dunque, il rifugio per i capitali in cerca di remunerazione non sarà l’obbligazionario europeo o nipponico, bensì il mercato azionari in primis e quello delle materie prime subito dopo. Il trend è già in corso da mesi, ma sembra destinato ad accentuarsi nei prossimi.

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