In Coronavirus in Cina non ferma le emissioni di bond, ma c’è un default in arrivo

Il mercato obbligazionario cinese non ha smesso di funzionare in piena emergenza Coronavirus. Emissioni record a febbraio, sebbene non manchino i casi finanziari critici.

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Il mercato obbligazionario cinese non ha smesso di funzionare in piena emergenza Coronavirus. Emissioni record a febbraio, sebbene non manchino i casi finanziari critici.

La realtà spesso si concretizza diversamente da come la raccontiamo. La psicosi da Coronavirus che sta dilagando nel mondo nasce dall’epidemia cinese, con migliaia di morti e decine di migliaia di contagiati. Eppure, se le borse scendono e la finanza si prende una pausa in Europa e America, proprio là dove tutto è nato si va avanti come se nulla fosse, anche si corre più che mai. La Borsa di Shanghai ha perso appena il 3% quest’anno, mentre Wall Street e mercati europei hanno sfiorato perdite a doppia cifra nelle ultime settimane. E cosa ancora più eclatante, le emissioni di obbligazioni procedono a ritmi mai visti prima, segno che tra le imprese e gli investitori l’ottimismo per il futuro resti.

La Cina emette bond in dollari per 6 miliardi, per l’economia mondiale buon segno

A febbraio, le emissioni di bond sui mercati internazionali risultavano in crescita a 22 miliardi di dollari a giovedì, dato che si confronta con i 17 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso (+29%). E in questo 2020, le emissioni complessive sono state pari a 51 miliardi, segnando anche in questo caso un rialzo tendenziale del 30%. La musica non cambia se si guarda ai dati delle emissioni domestiche, quelle denominate in yuan: 740 miliardi a febbraio, più del doppio di un anno prima.

Che il clima non sia da panico lo confermerebbe anche il fatto che Bank of China sia stata in grado di collocare sul mercato cosiddetti Co.Co. Bond per 2,8 miliardi di dollari, spuntando una cedola di appena il 3,60%, la più bassa di sempre in Cina per questo genere di strumento finanziario. Trattasi di obbligazioni senza scadenza, ma rimborsabili su facoltà dell’emittente dopo 5 anni, che ai fini regolamentari vengono assimilate parzialmente al capitale di rischio.

Del resto, c’è fame di liquidità in Cina, specie nel comparto immobiliare, dove i debiti nell’ultimo decennio sono stati accumulati con una certa disinvoltura e adesso stentano ad essere ripagati.

Default vicino per un costruttore cinese

Un caso critico si ha con Yida China Holdings Ltd., società attiva nella costruzione di parchi commerciali, che ha annunciato da poco di non essere nelle condizioni di garantire il rimborso del bond in scadenza ad aprile per 300 milioni di dollari. Per questo, ha proposto agli obbligazionisti uno “swap”: cash per l’8% su almeno il 75% delle obbligazioni, più il restante 92% pagato con altre obbligazioni di durata biennale e con cedole molto alte, pari al 10% per i primi 6 mesi e al 14% per i restanti 18 mesi. Il bond in questione ha cedola 6,95%. Alla notizia, S&P ha tagliato il rating da “CCC-” a “CC”, minacciando il “Selective Default” nel caso in cui l’operazione di concambio venisse realizzata e avvertendo che, a suo avviso, se non andasse in porto, la società rischierebbe il default vero e proprio.

Yida dovrà rimborsare altre obbligazioni per 7 miliardi di yuan (910 milioni di euro) tra settembre e fine anno, tra cui un bond da 800 milioni di yuan a settembre. Il default arriverebbe dopo che Tewoo, società controllata dal governo locale di Tianjin e attiva nella commercializzazione delle materie prime, ha avanzato un’offerta ai creditori nei mesi scorsi, con la quale taglia il valore nominale dei bond fino al 64%, offrendo come alternativa solo il pagamento molto dilazionato nel tempo dei titoli. Rispetto al passato, quindi, adesso Pechino segnala di essere disposta ad accettare eventi creditizi ai danni anche degli investitori stranieri per imporre un minimo di disciplina al mercato. Le emissioni fioccano come neve, ma il grado di rischio generale cresce.

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