In Africa, e non solo, scricchiola il debito emergente: bond a rischio anche per i creditori privati

Etiopia primo paese ad approfittare delle nuove regole del G20 per evitare il default. In calo anche i prezzi dei bond di altri stati.

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La crisi del debito emergente

Il 2020 è stato un anno particolarmente difficile anche per le economie emergenti, molte delle quali sono esportatrici di materie prime, quelle i cui prezzi sono crollati a causa della pandemia. E l’Etiopia sta per diventare formalmente il primo stato a usufruire delle nuove regole adottate dal G20 a novembre e chiamate “Debt Service Suspension Initiative” (DSSI), il cui obiettivo consiste nel contenere i casi di default, dopo il boom registratosi proprio lo scorso anno, dall’Argentina all’Ecuador, passando per Zambia e Libano. Le prime 20 economie mondiali hanno approvato uno schema per ridurre temporaneamente di 5 miliardi di dollari a favore di 40 paesi i pagamenti dei debiti.

In media, il debito pubblico di queste economie emergenti o di frontiera è salito nel 2020 da una media di meno del 52% al 63,5%. Sembrano valori relativamente bassi, se confrontati con quelli vigenti presso le economie avanzate, dove un numero crescenti di stati supera ormai abbondantemente il 100%. Ma per paesi ancora poveri, si tratta spesso di livelli insostenibili, sia perché gran parte di questi debiti sono contratti in valute estere forti, a causa delle dimensioni ridotte dei mercati dei capitali domestici, sia anche per l’alta incidenza della spesa per interessi sul PIL.

2020 anno nero per i default e quello dello Zambia ci riguarda da vicino

Ad esempio, il Ghana spende ogni anno più della metà delle sue entrate per servire il debito, il Pakistan più del 40% come lo Zambia. Risorse, che dovrebbero essere impiegate per sostenere lo sviluppo delle rispettive economie e, invece, finiscono nelle mani dei creditori. Alta la percentuale anche per Nigeria e Angola, sopra il 30%. E dire che proprio l’Etiopia sembra passarsela di gran lunga meglio degli altri, con un debito al 60% del PIL e una spesa per interessi che non arriva al 5% delle entrate totali.

Cali dei prezzi anche per altri bond emergenti

Adesso, il timore del mercato è che l’uso delle nuove regole possa essere trasferito ai creditori privati, cioè gli obbligazionisti. Non a caso, l’unico bond estero del paese, quello in scadenza nel 2024 e con cedola 6,625% (ISIN: XS1151974877) è crollato venerdì scorso di circa 8 centesimi, scendendo da oltre 100 a un minimo di 92 centesimi. Ieri, si aggirava sui 94,64 centesimi. E’ andata male anche al Camerun, con il titolo in scadenza nel 2025 e cedola 9,5% (ISIN: XS1313779081) ad essere contestualmente passato da una quotazione di oltre 113 a una minima di quasi 108, risalendo di poco nella giornata di ieri. Insieme al Mozambico, anche il Camerun viene considerato a rischio crac dagli analisti.

In realtà, è probabile che l’alleggerimento del debito estero ricada solo sui creditori pubblici per non mettere a repentaglio la reputazione tra gli investitori. Curioso notare come i paesi tra i peggio messi sul piano fiscale, come Pakistan e Angola, continuino ad assistere al rally dei rispettivi bond esteri. La scadenza del primo, 31 marzo 2036 e cedola 7,875% (ISIN: USY8793YAL66) ha recuperato circa il 30% dai minimi della primavera scorsa, pur restando più basso dei livelli pre-Covid. Il titolo angolano, novembre 2025 e cedola 9,5% (ISIN: XS1318576086), dai minimi di inizio aprile scorso ha messo a segno un maxi-rialzo di oltre il 180%, salendo in area 107. La sostenibilità di questi debiti è legata sia alla ripresa dell’economia globale, sia all’eventuale indebolimento del dollaro, valuta in cui gran parte dei titoli è denominata. Per fortuna, entrambe le prospettive sono alla portata, alleviando la crisi fiscale nei prossimi mesi e anni.

Perché le valute emergenti offrono potenzialità di guadagno maggiori di quelle forti

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