Impatto sui bond della crisi nel Golfo Persico, ecco i possibili effetti a due tempi

Rendimenti obbligazionari in discesa sulle tensioni USA-Iran. Ecco come il mercato dei bond si evolverebbe nel caso in cui queste durassero a lungo.

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Rendimenti obbligazionari in discesa sulle tensioni USA-Iran. Ecco come il mercato dei bond si evolverebbe nel caso in cui queste durassero a lungo.

Che cosa succede al mercato obbligazionario dopo l’attacco americano contro il generale iraniano Qassem Soleimani e altri obiettivi sciiti a Baghdad? La reazione è stata tipica dei momenti di paura, con la corsa all’acquisto degli assets protettivi contro eventuali crisi di natura geopolitica, economica e finanziaria. Non solo oro, ma anche bond su. Il rendimento decennale USA è sceso dall’1,88% all’1,81%, quello tedesco sulla medesima scadenza è calato dal -0,18% al -0,28%. Stabile lo spread BTp-Bund, a conferma di come gli acquisti, almeno in questa fase, stiano premiando un po’ tutti i mercati sovrani.

Per contro, le borse hanno ripiegato, pur davvero di poco. Il Dow Jones risulta arretrato complessivamente di appena mezzo punto percentuale e in Europa è andata grosso modo uguale. Stamattina, ad esempio, Piazza Affari ha aperto in rialzo di oltre mezzo punto percentuale. In altre parole, non stiamo assistendo per il momento a un travaso di capitali dal comparto azionario a quello obbligazionario. Ciò accadrebbe verosimilmente con l’acuirsi delle tensioni internazionali.

Occhio, però, a scontare solo un effetto benefico per i bond da quanto stia accadendo nel Golfo Persico. Una delle principali conseguenze dell’escalation in corso riguarda il petrolio, le cui quotazioni internazionali sono risalite in prossimità dei 70 dollari al barile, superando tale barriera psicologica durante la seduta di ieri. Il rincaro del greggio non è di per sé mai una buona notizia per i bond, siano essi emessi dagli stati o dalle società private. Esso impatta sulle aspettative d’inflazione e spinge al rialzo i rendimenti, abbassando i prezzi.

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Il rischio di un secondo tempo amaro

A dire il vero, i livelli attuali non giustificherebbero ancora una simile prospettiva.

Il petrolio costa circa il 20% in meno rispetto ai massimi toccati a inizio ottobre del 2018, quando effettivamente scattò l’allarme sulla sostenibilità dei prezzi per le principali economie avanzate. E non vale l’esempio del settembre scorso, quando la temporanea impennata fino ai 70 dollari per effetto dell’attacco iraniano a un impianto estrattivo di Aramco coincise con la fine del rally globale dei bond, la quale ebbe cause del tutto autonome rispetto all’evento.

Sta di fatto che se il greggio continuasse a salire di prezzo, l’obbligazionario non rimarrebbe a guardare. La parte della curva che ne risentirebbe più direttamente sarebbe quella medio-breve, trattandosi di un fenomeno che verrebbe percepito sui mercati come capace di impattare sull’inflazione da qui ai prossimi mesi, nonché sui tassi decisi dalle banche centrali, mentre alla lunga non avrebbe conseguenze durevoli sull’evoluzione dei prezzi al consumo. Se così fosse, assisteremmo a un appiattimento delle curve, tanto più forte quanto maggiore fosse il rialzo del greggio.

E i BTp? Non verrebbero certamente risparmiati dalle vendite, anzi sconterebbero anche le previsioni negative sulla crescita globale, allargando gli spread con i Bund e gli altri titoli di stato dell’area. Il boom del greggio, se si accentuasse e durasse a lungo, comporterebbe una minore capacità della BCE di resistere alle pressioni per un ritiro degli stimoli monetari quanto prima e fiaccherebbe le già flebili speranze di accelerazione della crescita in Italia, dove il pil per quest’anno è atteso già quasi fermo e dopo un 2019 che da “bellissimo” si è trasformato nell’ennesimo esercizio stagnante. Ma non disperiamo: peggio andasse l’economia nell’Eurozona, meno probabile sarebbe un ritorno veloce all’era pre-QE. Insomma, alla fine nulla è del tutto scontato.

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