Il Venezuela è senza dollari e rischia la bancarotta

Il paese rischia il default se non arriveranno aiuti economici esterni. I rendimenti obbligazionari sono alle stelle ed è impossibile rifinanziare le scadenze debitorie. A settembre va a rimborso un bond da 1,5 miliardi

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Il paese rischia il default se non arriveranno aiuti economici esterni. I rendimenti obbligazionari sono alle stelle ed è impossibile rifinanziare le scadenze debitorie. A settembre va a rimborso un bond da 1,5 miliardi

Il Venezuela non ha più i soldi nemmeno per la carta igienica. Dopo aver speso immense quantità di valuta pregiata per le campagne elettorali e per il controllo delle forze armate, il paese, guidato dal nuovo presidente filo- chavista Nicolas Maduro, si trova adesso a dover far fronte all’improvvisa carenza di beni di prima necessità. E tra questi vi sono una serie di prodotti, come quelli dell’igiene personale che solitamente venivano importati dall’estero. Ma sono finiti i soldi, anche per via delle restrizioni draconiane imposte da Chavez sulla spesa e sul cambio del bolivar.

 

Crisi Venezuela: l’assemblea Nazionale adotta provvedimenti di emergenza

Per tamponare l’emergenza, l’Assemblea Nazionale ha stanziato più di 80 milioni di dollari per importare dall’estero tutto il necessario, ma è evidente che si tratta di una misura tampone che non riguarda solo carta igienica, gli assorbenti o i pannolini. Di fatto scarseggiano i beni di prima necessità e le casse del Venezuela si stanno prosciugando ogni giorno perché la politica di controllo dei prezzi voluta da Chavez ha comportato un grosso dispendio di denaro pubblico col risultato che i prezzi calmierati dallo Stato (che sono mantenuti artificiosamente sotto il costo di mercato) portano sempre a una carenza del prodotto. Conseguentemente è venuta meno la mancanza di valuta straniera, i dollari, quella impiegata per comprare le materie prime e molte aziende hanno dovuto ridurre o sospendere la produzione, e alcune di esse sono sul punto di chiudere. Solo un mese fa le riserve internazionali in Venezuela erano di 25 miliardi di dollari, ma circa il 70 per cento era in oro mentre la riserva liquida disponibile per le importazioni era meno di 3 miliardi di dollari.

Insufficienti per l’ordinaria amministrazione e quindi anche per onorare i pagamenti sugli interessi del debito internazionale.

 

Crollano le obbligazioni in dollari del Venezuela e il rendimento schizza al 12%

 

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A risentirne visibilmente sono stati i titoli di stato internazionali del paese caraibico (rating S&P B+) le cui quotazioni sono precipitate bruscamente tornando a superare i rendimenti a doppia cifra. Il bond Venezuela 9,25% 2027 (US922646AS37), molto seguito da traders e investitori, ha perso 15 punti in poche settimana passando da 100 a 85 per un rendimento a scadenza che supera adesso il 12%. Più contenuta, invece, la flessione sul titolo decennale da 1 miliardo di euro euro con scadenza 2015 (XS0214851874) arrivato a prezzare alla pari per un rendimento in linea con la cedola annua del 7%. Benché le autorità governative venezuelane tendano a gettare acqua sul fuoco parlando di una cospirazione da parte di una cerchia di multinazionali spalleggiate dall’opposizione guidata da Henrique Capriles, è difficile che il mercato sbagli non percependo le difficoltà già note del Venezuela. Anche perché – le quotazioni del petrolio da tempo rimangono deboli sotto i 100 dollari al barile e il prezzo dell’oro, di cui il Tesoro del Venezuela è pieno, sono in costante discesa. Se a ciò si sommano la continua svalutazione della moneta nazionale, il Bolivar, e l’impennata del tasso di inflazione al 25%, il più alto in tutto il Sud America, resta da chiedersi che fine abbiano fatto i benefici derivati dalle miliardarie esportazioni petrolifere di Chavez. Ad acuire le tensioni vi sono poi importanti scadenze debitorie: a settembre lo Stato dovrà rimborsare oltre 1,5 miliardi di dollari di [fumettoforumleft]prestiti sul bond Venezuela 10,75% (US922646BJ29) e, pur avendo le disponibilità per farlo, non può permettersi di lasciare le casse del Tesoro completamente vuote (bloccando così stipendi e pensioni) senza rifinanziare l’operazione. A questi tassi – commentano analisti di Bofa Merrill Lynch – diventa impresa quasi impossibile emettere nuovi titoli di stato, al punto che le autorità monetarie avevano già pensato di raccogliere nuovi fondi tramite l’impresa petrolifera statale PDVSA, già fortemente indebitata.

 

Venezuela col cappello in mano da Obama per chiedere aiuti

 

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E così, in assenza di rinnovati accordi con la Cina dopo la morte di Chavez, principale partner strategico del Venezuela, la bilancia dei pagamenti – come scrive Bloomberg – rischia di saltare. Le speranze per salvare il paese da un default entro l’anno sono a questo punto legate agli USA verso i quali il Venezuela esporta ogni giorno un milione di barili di petrolio. Recentemente il ministro degli Esteri venezuelano Elias Jaua e il segretario di Stato USA John Kerry si sono incontrati a margine del vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) lasciando intendere che qualcosa si sta muovendo, anche solo dal punto di vista diplomatico. I rapporti fra USA e Venezuela non sono mai stati buoni, ma adesso che a governare il paese non è più Chavez, qualcosa potrebbe cambiare. Indiscrezioni riportate da Bloomberg riferiscono di un possibile aumento dell’export da 1 a 1,5 milioni di barili di petrolio verso gli USA entro l’anno in cambio di un prestito ponte in grado di far arrivare alle casse del Venezuela i dollari necessari per non mandare al collasso il paese. D’altro canto – prosegue la fonte – rimane da sciogliere il nodo dell’enorme debito estero contratto da Caracas, in mano per buona parte alla Cina la quale sembra non essere più disposta a prestare soldi a un paese che rischia di diventare “amico” degli americani. Ma d’altro canto, non sembra esserci un’alternativa. Il ministro delle finanze Nelson Merentes ha detto che il governo è andato incontro alle richieste di dollari americani di circa 1.500 piccole imprese venezuelane che hanno problemi di fornitura, e che sta prendendo in considerazione simili richieste di altrettante aziende di grandi dimensioni. Come andrà a finire? Un default tecnico del Venezuela – dicono gli analisti di Bofa Merrill Lynch – sarebbe manna per gli USA, pronti a correre in soccorso di Caracas con vagonate di dollari e con contratti già pronti per lo sfruttamento delle immense risorse energetiche da parte dei colossi petroliferi americani.

E già c’è chi scommette su questa eventualità, con i Credit Default Swap (CDS) venezuelani schizzati a 963 punti. Un lusso che però il mondo politico internazionale non potrà permettersi.

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