Il tonfo del petrolio fa esplodere i rendimenti “junk”: oltre il 120% per meno di 6 mesi

In forte risalita i rendimenti delle obbligazioni nel comparto energetico americano. Il crollo del petrolio accresce il rischio di credito di questi titoli "spazzatura".

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In forte risalita i rendimenti delle obbligazioni nel comparto energetico americano. Il crollo del petrolio accresce il rischio di credito di questi titoli

Il panico da Coronavirus sui mercati ha provocato quello che abbiamo definito il “divorzio di San Valentino” tra il comparto obbligazionario “investment grade” (IG) e quello “junk”. Quando il mercato è in cerca di titoli dal reddito fisso per mettersi al riparo dalle tensioni internazionali, inizia a scartare tra emittenti sicuri e altri più rischiosi, privilegiando i primi. E così, gli “high yield” hanno visto impennare i loro rendimenti in poche sedute e mediamente di circa mezzo punto percentuale, mentre gli IG si sono apprezzati, offrendo di meno. Gli spread si sono ampliati, chiaramente a discapito delle società con rating più basso.

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In questo clima, a pagarne maggiormente il prezzo sono le obbligazioni emesse dalle società travolte in prima persona dal Coronavirus. E il pensiero non può che andare al comparto energetico, dopo che il prezzo del petrolio è arrivato a perdere un quarto del suo valore quest’anno. La minore domanda di greggio dalla Cina sta impattando molto negativamente Brent e WTI, tanto che l’OPEC+ dovrebbe con ogni probabilità varare un ennesimo taglio alla produzione per offrire sostegno alle quotazioni.

Tonfo del comparto energetico

I bond energetici in dollari hanno perso mediamente il 4,5% in appena una settimana, portando al -6% le perdite di quest’anno, scivolando ai minimi da 13 mesi. In media, offrono il 9% contro poco meno del 5,50% offerto dall’intero comparto “high yield”, a conferma di come le vendite stiano travolgendo con particolare intensità questi titoli. Ed esistono diversi casi piuttosto drammatici di cali in breve tempo, che hanno fatto esplodere i rendimenti.

Il bond di Continental Resources, in scadenza nel 2044 e cedola 4,90% (ISIN: US212015AQ46) sfiorano il 6% di rendimento, dal 4,53% di una settimana prima. Il gigante del gas americano ETQ, declassato a “junk” a gennaio, vede il suo bond in scadenza nel 2027 perdere il 3,5% quest’anno, salendo a un rendimento del 6,22%.

Ma i casi più drastici sono altri. Le obbligazioni di Chesapeake con cedola 6,625% e in scadenza a Ferragosto di quest’anno (ISIN: US165167CF27) sono letteralmente precipitate di prezzo dai quasi 95 centesimi di fine gennaio ai 66,40 di venerdì scorso, esitando così un rendimento superiore al 120% su base annua. E quelle di Occidental Petroleum con scadenza nel lontano 2045 e cedola 4,625% (ISIN: US674599CF00) hanno perso quasi il 4% in pochissime sedute, pur restando sopra la pari, a poco meno di 103.

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Si sta materializzando lo spauracchio degli anni passati, quando il Brent implose dai 115 dollari raggiunti nel giugno 2014 ai meno di 30 di inizio 2016. In quel periodo, per onorare i debiti in scadenza si temette che le compagnie petrolifere più indebitate aumentassero le estrazioni di petrolio, anche in perdita, pur di ottenere la liquidità necessaria per effettuare i pagamenti, innescando un circolo vizioso tra calo delle quotazioni e calo dei bond del comparto. Ma a gennaio, l’agenzia di rating Moody’s ha ridimensionato l’allarme “energy bond”, notando come dei 1.200 miliardi di dollari di obbligazioni che dovranno essere rimborsate entro i prossimi 5 anni, solo l’8% riguarda il comparto energetico.

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