Il ritorno ai tassi zero in Svezia non è una buona notizia per i BTp

Gli acquisti esteri di BTp potrebbero rallentare nei prossimi mesi, come ci segnalano i movimenti in Svezia e Giappone. La prima ha alzato i tassi a zero e i rendimenti nipponici a 10 anni sono diventati positivi.

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Gli acquisti esteri di BTp potrebbero rallentare nei prossimi mesi, come ci segnalano i movimenti in Svezia e Giappone. La prima ha alzato i tassi a zero e i rendimenti nipponici a 10 anni sono diventati positivi.

Questa settimana, la Riskbank ha alzato i tassi in Svezia di 25 punti base, portandoli a zero, ponendo fine dopo 5 anni alla politica dei tassi negativi. La banca centrale di Stoccolma ha nei fatti riconosciuto che, pur in rallentamento, l’economia svedese non potesse tollerare ancora a lungo l’esperimento introdotto una decina di anni fa per essere ripreso nel 2015.

Se c’è un effetto che questo cambio di passo avrà sui mercati, esso consiste nel rendere un po’ più semplice la vita ai fondi pensione domestici, che nel complesso gestiscono assets per circa 590 miliardi di euro. Il loro problema numero uno in questi anni è stato l’erosione del valore nominale delle obbligazioni su cui hanno investito, causata proprio dai tassi negativi imposti dalla banca centrale.

Dall’altra parte del mondo, in Giappone, per la prima volta dal mese di marzo i rendimenti a 10 anni sono risaliti sopra lo zero. Altro segnale di una incipiente, quanto gradualissima, normalizzazione dei mercati obbligazionari. Qui, i fondi pensione gestiscono masse per circa 2.500 miliardi di euro e anch’essi, a partire da quello sovrano, hanno riscontrato enormi difficoltà negli ultimi tempi nel creare valore per i propri iscritti. Non che il panorama stia cambiando radicalmente, ma i primissimi segnali della svolta svedese andrebbero nella direzione di rallentare i deflussi dai mercati con i rendimenti più anemici. E questa non è una buona notizia per quegli altri mercati, come l’Italia, meta di capitali perlopiù grazie alla caccia al rendimento in atto da mesi.

I BTp sono titoli con il rating più basso nella scala degli “investment grade” e già questo disincentiva i fondi pensione, per natura conservativi, dall’acquistarli. In caso di declassamento a “junk”, infatti, dovrebbero cederli in breve tempo, subendone le eventuali perdite. Solo la disperata ricerca di “yield” ha costretto ultimamente alcuni di loro ad accantonare temporaneamente le considerazioni sul grado di rischio, mettendo in portafoglio qualche titolo di stato italiano. Con l’inversione di tendenza avviata dalla Svezia, sebbene il fenomeno non sia di per sé finito, quanto meno risulterà scemato.

E tra tensioni politiche e politiche monetarie meno accomodanti in giro per il mondo, il 2020 partirebbe con un prosieguo del deprezzamento per i BTp, pur limitato dal ripristino del “quantitative easing” dallo scorso mese.

I tassi negativi sono un problema più grande di quanto pensiamo, ecco perché

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