Il rimedio allo spread e a una crisi devastante dei BTp è solo uno

La crisi dei BTp s'intensifica sui mercati e nelle prossime settimane rischiamo uno scenario devastante per l'intera Eurozona. Per evitarlo, serve che la BCE scenda in campo, in connubio con la Commissione europea.

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La crisi dei BTp s'intensifica sui mercati e nelle prossime settimane rischiamo uno scenario devastante per l'intera Eurozona. Per evitarlo, serve che la BCE scenda in campo, in connubio con la Commissione europea.

Il momento è grave. L’epidemia di Coronavirus, ufficialmente classificata come pandemia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sta colpendo duramente le economie europee e l’Italia, in prima fila per combatterla con misure draconiane, ne sta subendo le conseguenze apparentemente prima e più intensamente di altri. Le previsioni di Mazziero Research danno il pil in calo verticale del 12/14% nel primo trimestre e di un pesante 8/10% per l’intero 2020. Abbiamo utilizzato questi dati scioccanti per verificarne gli effetti sui conti pubblici, trovando che il deficit s’impennerebbe all’8% e il debito pubblico a quasi il 157% del pil.

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Che la Commissione ci conceda flessibilità fiscale non importa granché. Anzitutto, perché non saremmo stati ugualmente in grado di tenere il deficit sotto il 3% e, in secondo luogo, perché l’extra-deficit sarà a carico dell’Italia e ci verrà finanziato dai mercati ai rendimenti che riterranno più congrui, già raddoppiati sulla scadenza a 10 anni rispetto a prima che il governatore della BCE, Christine Lagarde, spiegasse in conferenza stampa che non sia compito suo restringere gli spread.

Il ricorso alle emissioni sovranazionali

Non godiamo di margini sufficienti per permetterci il lusso di inseguire la Germania sulla strada della maggiore spesa per investimenti e nemmeno per offrire un sollievo visibile ai contribuenti sui pagamenti delle imposte. Senza coperture finanziarie, l’aumento del debito aggraverà la percezione già molto debole che gli investitori hanno dell’Italia e la spesa per interessi inizierà a salire sin da subito, come segnala l’andamento dei BTp sul secondario. E se i nostri titoli di stato andranno in crisi, stavolta corriamo il serio rischio di vedere il debito pubblico rinegoziato con i creditori, un fatto che avrebbe implicazioni disastrose per la tenuta della nostra struttura finanziaria ed economica, essendo le stesse banche italiane le più esposte.

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L’Eurozona non rimarrebbe estranea alla crisi, date le rilevanti dimensioni dell’economia italiana, terza nell’area e tale da trascinare anche il resto del Sud Europa nel baratro. L’euro non sarebbe più sicuro. L’unico modo per prevenire uno scenario così catastrofico per la BCE sarebbe di raccordarsi con la Commissione europea. Due gli strumenti tecnicamente utili: l’emissione di Eurobond o il ricorso ad altre emissioni sovranazionali.

Nel primo caso, il Fondo salva-stati o MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) finanzierebbe i governi dell’unione monetaria di tutto il deficit ritenuto necessario per affrontare l’emergenza Coronavirus, grazie al suo rating “AAA” e ai conseguenti bassissimi costi annessi. I titoli collocati sul mercato sarebbero a lunghissima scadenza, così da non rendere necessario il loro rinnovo nei prossimi anni. Gli stati nazionali rimarrebbero esposti verso il MES in proporzione alle loro quote di capitale nel fondo, ma nel breve non sarebbero costretti a stressare il mercato con emissioni proprie. In alternativa, il compito di emettere bond verrebbe affidato alla Banca Europea per gli Investimenti, anch’essa un ente che gode del massimo rating e che, quindi, può indebitarsi a costi sostanzialmente nulli.

Il tempo per riflettere è quasi scaduto

Nell’uno e nell’altro caso, la BCE acquisterebbe i titoli del debito sul mercato secondario, anche aumentando le dimensioni del “quantitative easing”, così da iniettare liquidità in circolazione e al contempo per mettere al sicuro le emissioni, di fatto monetizzandole. Sullo schema si riflette da tempo, perché è chiaro a tutti che, a fronte di una moneta unica, i rendimenti sovrani non possano essere troppo disallineati, altrimenti la frammentazione dei mercati porterà nel tempo a una rottura dell’unione. I rischi di una simile impostazione non mancherebbero.

Gli investitori sarebbero più propensi, specie in una fase di panico come questa, a prestare denaro al MES o alla BEI, meno ai singoli governi, spingendo in alto i rendimenti dei titoli di stato nazionali.

Quale che fosse la soluzione adottata, bisognerà fare in fretta. Già dalle prossime settimane, anche per effetto del rinvio delle scadenze fiscali, le entrate risulteranno in forte calo, in Italia, ma anche in altri stati. Ciò richiederà un aumento delle emissioni nazionali per finanziare i disavanzi, che con i mesi si faranno ancora più ampi per il tracollo nel frattempo accusato dalle economie. I capitali difficilmente andranno a finanziare a condizioni agevoli i debiti di stati come l’Italia, con la lievitazione dei rendimenti a comportare un maggiore esborso di interessi per i prossimi anni e a segnalare un aumentato rischio percepito di default.

Cosa dicono i BTp sulle probabilità di uscita dall’euro per l’Italia?

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