Il piano di salvataggio del Libano è ‘fake news’, default sempre più probabile

Il nuovo governo in Libano vara il piano di salvataggio per evitare il collasso finanziario ed economico. Peccato che sia un documento vuoto. E i rendimenti dei bond segnalano che il default si avvicina.

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Il nuovo governo in Libano vara il piano di salvataggio per evitare il collasso finanziario ed economico. Peccato che sia un documento vuoto. E i rendimenti dei bond segnalano che il default si avvicina.

Il nuovo governo del Libano ha varato un piano di salvataggio con il quale spera di allontanare il collasso finanziario ed economico definitivo. Il consiglio dei ministri, presieduto dal premier Hassan Diab, ha approvato un documento di 17 pagine, nel quale sono indicate le linee-guida che verranno inviate al Parlamento per essere implementate e magari modificate.

Si legge che tra gli obiettivi vi sono la ricapitalizzazione del sistema bancario, anche tramite l’abbattimento dei crediti deteriorati, il taglio degli interessi sui prestiti e i depositi per stimolare l’economia e ridurre i costi del debito e la richiesta di aiuti finanziari agli stati alleati, partendo da quelli del mondo arabo. Inoltre, verranno aperte indagini sui capitali esportati illegalmente all’estero dopo il 17 ottobre, data di inizio delle manifestazioni imponenti di piazza, che portarono alla caduta del premier Saad al-Hariri.

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Nessuna decisione risulta ancora presa sul pagamento o meno delle obbligazioni in dollari in scadenza il 9 marzo prossimo e con cedola 6,375% (ISIN: XS0493540297). Il governo dovrebbe sborsare 1,2 miliardi, oltre agli interessi, una somma poco sostenibile in questa fase, a causa della carenza di dollari. Il titolo è salito di prezzo a circa 90 centesimi di dollaro, ma non fatevi impressionare dai rialzi, perché sono semplicemente legati all’avvicinarsi della scadenza. Il rendimento resta in area 210%, per quanto in calo dall’apice di oltre il 250% toccato a fine gennaio.

E anche l’altro bond in valuta americana per 700 milioni, in scadenza il 14 aprile e cedola 8,50% (ISIN: XS1052421150), risale la china, attestandosi su 86,50, ma continuando ad offrire un rendimento altissimo, intorno al 120%. Queste percentuali da default atteso sono ancora più giustificate dopo il varo di questo piano di salvataggio a dir poco stucchevole. Più che altro, sembra un libro dei sogni, non una guida pratica delle misure da realizzarsi. I creditori internazionali avevano già offerto 11 miliardi nel 2018, ma successivamente hanno “congelato” gli aiuti per l’assenza di riforme di Beirut, tra l’altro per contenere gli elevati sprechi pubblici.

Salvataggio solo immaginario

Quanto alla ricapitalizzazione delle banche, la domanda è come. Per non parlare del taglio dei tassi, insostenibile per un’economia travolta dalla fuga dei capitali. La lira sul mercato nero viaggia su valori di circa il 40% più debole contro il dollaro del cambio ufficiale. Per arrestare i deflussi verso l’estero, servirebbe alzare e non tagliare gli interessi. Intervenire controcorrente sul mercato rischia di aggravare la situazione, accentuando l’inflazione, che a dicembre già sfiorava il 7%, in decisa accelerazione dall’1% medio nei mesi precedenti alle proteste. Una eventuale “repressione finanziaria” allontanerebbe i capitali non solo dalle banche, facendole collassare, bensì pure dallo stesso Tesoro, che non troverebbe i mezzi per rifinanziare i debiti in scadenza, finendo per dover dichiarare default.

Hezbollah ha subito commentato ieri il varo del piano, sostenendo che serve “un consenso nazionale” attorno ad esso. La verità è che la stessa maggioranza non crede alle 17 pagine sottoscritte in consiglio dei ministri. L’ala sciita è divisa tra il desiderio di offrire sostegno al governo e quello di fare fronte comune con la piazza, temendo altrimenti di consegnare le proteste in mano ai sunniti. Nessun “passo doloroso”, come eppure sta scritto nel documento, sarà compiuto dal governo, come del resto si evince dai troppi tentennamenti sul da farsi, a partire dal bond di marzo. E senza riforme, inutile anche il dialogo che il ministro delle Finanze, Ghazi Wazni, sta allacciando con la Banca Mondiale.

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