Il “mistero” dello spread BTp-Bund, schizzato fino a 270 punti senza apparente ragione

Spread BTp-Bund a 10 anni esploso sopra i 270 punti base lunedì, segnando un rialzo dai 255 di venerdì scorso. Ecco cos'è accaduto e perché si è trattato di un fenomeno "tecnico".

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Spread BTp-Bund a 10 anni esploso sopra i 270 punti base lunedì, segnando un rialzo dai 255 di venerdì scorso. Ecco cos'è accaduto e perché si è trattato di un fenomeno

Se lunedì scorso vi foste imbattuti in un qualche grafico sullo spread, sareste con ogni probabilità rimasti attoniti dinnanzi sia alla sua impennata rispetto ai livelli di chiusura del venerdì precedente e sia alla divergenza dei numeri esitati, a seconda del sito consultato. Sul grafico de Il Sole 24 Ore, il differenziale di rendimento a 10 anni tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi risultava schizzato dai 255 bp della seduta precedente ai 270 di inizio settimana.

Non che l’Italia non sia abituata a simili variazioni repentine al rialzo o al ribasso, ma lunedì mattina non sembrava esservi stata alcuna ragione credibile per giustificare un simile movimento. Qualcuno potrebbe aver pensato che vi avessero pesato i dati negativi sulla manifattura in Germania, scesa ai minimi dal 2012, oppure le previsioni sempre più fosche dei centri studi indipendenti sulle prospettive di crescita per l’economia italiana quest’anno.

I rendimenti dei BTp ci spiegano come il mercato si è difeso contro i rischi nell’ultimo anno

E, però, se lo stesso avesse consultato in quei minuti altri siti per monitorare lo spread BTp-Bund, come investing.com, avrebbe notato variazioni minime, con i rendimenti decennali italiani saliti solo dal 2,48% al 2,52% in una seduta, a fronte di un omologo tedesco risalito dal -0,07% al -0,02%. In sostanza, la differenza tra i due bond si sarebbe dovuta restringere di poco. Come mai, quindi, lo spread risulterebbe formalmente ampliatosi? Almeno in questo caso, possiamo stare relativamente tranquilli: si è trattato di un semplice cambio di “benchmark”.

Fino al venerdì scorso, per confrontare i rendimenti italiani con quelli tedeschi si prendeva come riferimento il BTp con scadenza nel dicembre 2018. Da lunedì, che coincide casualmente con l’inizio del mese di aprile, tale riferimento è diventato il BTp con scadenza nell’agosto 2019. Pertanto, fino alla scorsa settimana stavamo monitorando per i decennali un bond con durata residua pari a 9 anni e 9 mesi, mentre adesso stiamo seguendo quello con scadenza pari a 10 anni e 4 anni. C’è stato uno spostamento temporale di ben 7 mesi e poiché i rendimenti tendono a crescere con l’allungamento delle scadenze, naturale che il cambio abbia portato a un aumento dello spread, anche perché nel frattempo la Germania non ha cambiato il suo “benchmark” e anche quando lo farà, non dovremmo aspettarci alcuna variazione di rilievo, visto che i rendimenti tedeschi crescono molto lentamente di scadenza in scadenza.

Si consideri che il Bund a 10 anni oggi offre appena lo 0,01%, praticamente lo stesso del bond con scadenza gennaio 2031, cioè a 12 anni.

I problemi “tecnici” del cambio di benchmark

Nel caso specifico, abbiamo oggi che il BTp che ci siamo lasciati alle spalle per monitorare il decennale italiano rende il 2,47%, mentre quello appena preso come riferimento offre il 2,61%, ben 14 bp in più. Da qui, il “salto” dello spread. Non si poteva fare altrimenti, perché non esiste un’emissione “corposa” con scadenza nel 2029 più vicina temporalmente di quella di agosto. Questo problema tecnico si presenta due volte l’anno, anzi formalmente quattro volte, considerando che anche la Germania cambi di semestre in semestre il suo bond di riferimento per ciascuna scadenza temporale. Alcuni siti come investing.com, però, non adeguano bruscamente i rendimenti del benchmark passato a quelli del benchmark nuovo, facendo una media temporalmente ponderata tra i due valori, in modo da evitare quegli sbalzi da una seduta all’altra, che in teoria trarrebbero in inganno l’investitore poco accorto o chi in futuro dovesse leggere il grafico. E così, oggi su Il Sole il decennale italiano offre lo 0,09% in più di quanto ci segnala investing.com.

Rendimenti BTp ai minimi dalla nascita del governo Conte, solo merito di Draghi? 

Dicevamo, non c’era alternativa che prendere il BTp agosto 2029 come riferimento temporale per il decennale. In verità, più ravvicinate vi erano le scadenze di marzo, maggio e giugno. Come mai non si è optato per nessuna di queste? Perché trattasi di emissioni di scarso peso, ammontando rispettivamente a 500, 800 e 900 milioni di euro. Invece, ad agosto scadono titoli per un controvalore di 4 miliardi, pur sempre molti meno dei 19,2 del dicembre 2028.

E perché una scadenza possa fungere da benchmark, è necessario che esiti risultati attendibili e poco volatili, ovvero che i rendimenti rispecchino scambi copiosi, che il mercato sia quanto più liquido possibile, cosa che non sarebbe stata nei tre casi succitati.

Il rischio con il nuovo confronto risiede proprio nell’assai minore liquidità rispetto al bond precedente, potenzialmente capace di ampliare le oscillazioni dei prezzi conseguenti a ordini relativamente piccoli di vendita o acquisto. Stiamo dicendo che nei prossimi mesi potremmo assistere a una maggiore volatilità dello spread, senza che questo c’entri alcunché con i fondamentali, risultando semplicemente da fattori tecnici. Man mano che ci si avvicini al mese di agosto e che lo si superi, però, i rendimenti caleranno, fino a quando con ogni probabilità verrà adoperato come nuovo benchmark il BTp marzo 2030, il cui controvalore in euro si attesta a ben 25,2 miliardi, mostrandosi un bond molto liquido e potenzialmente più stabile di quello appena adottato. Inoltre, avendo cedola al 3,50%, superiore al 3% del BTp agosto 2029 e al 2,80% del dicembre 2028, frenerebbe la caduta dei prezzi nel caso di rialzo dei rendimenti, limitandone i guadagni nel caso di ribasso. Insomma, terrebbe il prezzo meglio dei due benchmark precedenti.

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