Il mercato obbligazionario emergente in euro è raddoppiato con il QE della BCE

Le emissioni di bond in euro sui mercati emergenti si sono impennate negli ultimi anni e da quando la BCE ha azzerato i tassi e varato stimoli monetari non convenzionali, i titoli circolanti risultano raddoppiati.

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Le emissioni di bond in euro sui mercati emergenti si sono impennate negli ultimi anni e da quando la BCE ha azzerato i tassi e varato stimoli monetari non convenzionali, i titoli circolanti risultano raddoppiati.

Quando i tassi d’interesse diminuiscono troppo e velocemente presso le economie avanzate, a guadagnarci indirettamente sono anche i mercati emergenti. Accadde così negli anni Settanta, ai tempi in cui la crisi petrolifera fece esplodere l’inflazione in USA, Europa e Giappone, ma le banche centrali non reagirono adeguatamente, tenendosi espansive per non inasprire i contraccolpi alle rispettive economie.

I tassi reali divennero negativi e i flussi dei capitali si spostarono nei paesi in cui il costo del denaro si mostrava remunerativo, cioè presso gli emergenti di allora. Anche stavolta sta andando così, ma con la non piccola differenza che ad essere diventati negativi sono i tassi anche nominali e per un controvalore di 17.000 miliardi di dollari in tutto il mondo.

I mercati emergenti ne stanno approfittando da tempo. Come? Anzitutto, i loro rendimenti sono divenuti relativamente più generosi negli ultimi anni, per cui le loro emissioni hanno attirato capitali crescenti dall’Occidente, potendo esitare così costi calanti per i debitori. Si consideri la Turchia di questi mesi, che nonostante sia alle prese con una severa crisi di fiducia dei mercati e dell’economia, ha potuto tagliare massicciamente i tassi e assistere a un forte ripiegamento dei rendimenti sovrani per via del calo generalizzato dei rendimenti internazionali.

E l’altra carta che questi emittenti stanno sempre più giocando è quella del ricorso alle obbligazioni in euro. Nel 2019, stando al J.P. Morgan Euro Emerging Markets Bond Index Global, le emissioni totali di bond sovrani in euro presso i mercati emergenti varranno più di 200 miliardi, il doppio del 2015, anno in cui venne varato e implementato il “quantitative easing”. Rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi e quando ancora i tassi di mercato apparivano “normali” un po’ in tutto il pianeta, risultano triplicate. Un boom, che si spiega con il tentativo di molti paesi emergenti (lo stesso sta avvenendo per le società private) di rifinanziarsi a costi non molto dissimili da quelli dei paesi più avanzati, specie dell’Eurozona, pur scontando il rischio di un andamento avverso dei tassi di cambio entro le scadenze.

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La fuga rischiosa dei capitali verso i mercati emergenti

I paesi emergenti non godono della stessa affidabilità creditizia delle economie avanzate, per cui sono costretti ad offrire un premio agli obbligazionisti, cioè uno spread sul rendimento esitato dai titoli “core” di pari durata. Ad ogni modo, riescono a pagare minori interessi di quanto non farebbero ricorrendo all’indebitamento in valuta locale. Per i capitali esteri, manna dal cielo in tempi di caccia al rendimento. Entrambi i lati del mercato, però, incorrono in rischi da non sottovalutare. In primis, se l’euro si rafforzasse contro le valute emergenti entro le scadenze dei bond emessi, i debitori avrebbero maggiori difficoltà ad onorare i debiti e le probabilità di default aumenterebbero.

Secondariamente, gli investimenti dei capitali sui mercati emergenti determinano un deterioramento della qualità media degli assets in portafoglio, trattandosi di emittenti dai rating meno solidi. Ci si assume, quindi, maggiori rischi per spuntare rendimenti maggiori, confidando nei tassi di crescita rampanti di queste economie. Ma gli anni Ottanta ci insegnano che dopo la sbornia, qualcuno sia spesso costretto a pagare il conto. E fu così con il Messico dal 1982, inizio di una serie di default sfiorati ed evitati solo dall’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Allora, quando i tassi vennero alzati da USA ed Europa, i debiti emergenti finirono per essere rinnovati a costi insostenibili. Succederà lo stesso nei prossimi anni con la “normalizzazione” monetaria o il mercato sta confidando eccessivamente nella cosiddetta “new normal”, cioè in bassi tassi per sempre o, comunque, a lungo?

La repressione finanziaria spinge già a guardare ai paesi emergenti, fate attenzione 

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