Il mercato obbligazionario cinese non partecipa al rally mondiale, spread con USA raddoppiato

Le obbligazioni di stato cinesi non mostrano alcun miglioramento e quest'anno hanno già raddoppiato gli spread con quelle americane. Vediamo perché.

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Le obbligazioni di stato cinesi non mostrano alcun miglioramento e quest'anno hanno già raddoppiato gli spread con quelle americane. Vediamo perché.

La Cina sembra starsene alla larga dal trend mondiale e il suo mercato obbligazionario non sta partecipando al rally di queste settimane, che ha fatto schiantare i rendimenti di stato negli USA ai livelli più bassi dal novembre 2016, facendo scendere quelli nell’Eurozona a nuovi minimi storici. Invece, se è vero che il decennale sovrano di Pechino è sceso dall’apice del 3,42% di due mesi fa, resta pur sempre sopra i livelli di apertura di quest’anno, cioè al 3,25% contro il 3,21%.

Nel frattempo, invece, i rendimenti del Treasury a 10 anni sono collassati dal 2,68% al 2,06%, per cui lo spread tra i due bond è passato dai 53 punti base di inizio anno agli attuali 119, praticamente più che raddoppiando.

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Come mai non è festa anche in casa del Dragone asiatico? Il problema principale si chiamerebbe Donald Trump, ovvero i dazi già parzialmente imposti e altri minacciati sulle merci cinesi dalla Casa Bianca. Senza un accordo commerciale complessivo, la Cina rischia di essere oggetto di una vera stangata ai danni delle sue esportazioni negli USA, mercato verso il quale vende qualcosa come 575 miliardi di dollari netti all’anno, il 4,5% del suo pil.

Pesano le tensioni con gli USA

Ha fatto impressione, poi, il recente sequestro da parte delle autorità pubbliche della banca Baoshang, accrescendo il rischio di credito percepito sui mercati dagli investitori. E se è vero che la Banca Popolare Cinese abbia iniettato liquidità in tutti questi anni, ciò è avvenuto per canali diversi dal tasso di riferimento, ufficialmente fermo al 4,25% dalla fine del 2015. Negli ultimi tempi, però, è stato più volte abbassato il coefficiente di riserva obbligatoria per le banche, in modo da consentire agli istituti di concedere più prestiti. A quanto pare, complice il boom delle emissioni degli enti pubblici locali, i rendimenti non ne stanno risentendo, nemmeno tenuto conto che da aprile i bond cinesi siano stati inseriti nel Bloomberg Barclays Global Aggregate Index.

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In teoria, i capitali stranieri in entrata dovrebbero aumentare, ma gli effetti stanno tardando ad arrivare.

Le tensioni commerciali con gli USA non giovano al cambio, lasciando il dubbio agli investitori riguardo a un suo indebolimento, magari a seguito di una svalutazione voluta dal governo per contrastare gli effetti negativi dei dazi. E dal canto suo, l’istituto centrale non è parso rassicurante nell’avvertire di recente che il cambio di 7 yuan contro 1 dollaro non sarebbe un “floor” per la valuta cinese, sebbene questi si mostri stabile rispetto ai livelli di inizio anno. In sostanza, fino a quando il mercato non si convincerà che lo yuan non si deprezzerà, magari confidando in un accordo con gli USA, il premio richiesto per acquistare i bond difficilmente calerà. E così, nel secondo trimestre il bilancio (ad oggi) appare alquanto negativo, con i decennali ad offrire +0,18% e i biennali +0,23%. E anche per questa scadenza più breve, lo spread con il Treasury si è allargato quest’anno da 40 a 103 punti base.

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