Il mercato dei BTp rischia di diventare il più periferico d’Europa

I rendimenti dei BTp sono risultati a tratti e per parte della curva i più alti dell'Eurozona, superando quelli della fallita Grecia. C'è poco da prendere sottogamba, perché negli ultimi anni è accaduto lo stesso con gli altri paesi.

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I rendimenti dei BTp sono risultati a tratti e per parte della curva i più alti dell'Eurozona, superando quelli della fallita Grecia. C'è poco da prendere sottogamba, perché negli ultimi anni è accaduto lo stesso con gli altri paesi.

Diciamoci la verità, che anche la Grecia ci abbia scavalcati sui rendimenti dei titoli di stato brucia. A tratti e per la parte centrale della curva delle scadenze, i “sirtaki” bond sono arrivati ad offrire meno dei nostri BTp. Poco importa se questo superamento non sia stabile, perché parliamo di due paesi apparentemente in condizioni finanziarie assai differenti. L’Italia non ha mai dichiarato default nella sua storia, mentre Atene ha dovuto ristrutturare il suo debito in mano ai creditori privati nel 2012. L’Italia non ha mai chiesto aiuti internazionali, Atene deve ancora restituire alla cosiddetta “Troika” (UE, BCE e FMI) circa 290 miliardi, chissà tra quanti decenni. L’Italia ha un rating sovrano basso, ma pur sempre “investment grade, mentre Atene è formalmente un emittente “speculativo, “spazzatura”. E, poi, l’Italia ha un debito pubblico al 135% del pil, la Grecia al 180%. Infine, i BTp vengono acquistati dalla BCE con il “quantitative easing”, non i titoli ellenici per via del loro rating.

Possibile che il mercato non discerna tra un paese fallito e uno in difficoltà, ma certamente non nelle condizioni della Grecia? Inutile disperarsi e affannarsi a cercare motivazioni che ci confortino, perché la verità dovremmo trovarla nell’andamento dei nostri BTp negli ultimi 5 anni. A fronte di un progressivo miglioramento della “periferia” dell’Eurozona, l’Italia è rimasta indietro. Con il tempo, ci ha scavalcati la Spagna prima, il Portogallo dopo e adesso arriva il turno (incredibilmente) della Grecia.

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Sembrava impensabile fino a pochi mesi fa che Lisbona offrisse rendimenti negativi fino ai 5 anni, mentre l’Italia non arrivasse ai 2 anni.

Che il decennale lusitano rendesse meno dello 0,40% e il BTp quasi l’1,40%. E che lo spread a 30 anni tra i due paesi si attestasse a circa 100 punti base, ma a nostro sfavore. Anche il Portogallo dovette alzare bandiera bianca nel 2011 e chiedere aiuto alla Troika. Perché mai dovremmo essere considerati un pagatore peggiore? I mercati non guardano solo al passato, ma anche alle prospettive future. La nostra economia è rimasta sotto i livelli pre-crisi e non accenna a riprendersi, quando persino la Grecia sta risollevandosi a ritmi più veloci, per quanto sia franata di oltre un quarto delle dimensioni raggiunte nel 2007.

Inoltre, i nostri conti pubblici non segnalano alcun miglioramento visibile. Se non fosse per la spesa per interessi sul debito in calo grazie alla BCE, non saremmo nemmeno in grado di rispettare il tetto del deficit al 3%. Certo, Grecia e Portogallo possono approfittare dei bassissimi tassi pagati sui rispettivi debiti contratti con i creditori pubblici (Atene nemmeno è tenuta a versare alcunché alla UE fino al 2022), ma nel complesso hanno compiuto sforzi all’insegna del risanamento fiscale e delle riforme. Da noi, le condizioni politiche eternamente incerte non fanno ben sperare per politiche sostenibili e lungimiranti da qui al prossimo futuro.

A questo punto, il mercato dei BTp rischia di restare tra alcuni anni l’unico realmente periferico dell’area. Spagna e Portogallo già oggi sono considerati “semi-periferici”, mentre Germania, Olanda, Francia, Finlandia e Austria guidano l’area “core”. Finora, a farci compagnia è la Grecia, ma se il Portogallo ci ha insegnato qualcosa, non è inimmaginabile che rimarremmo da soli. E a quel punto, la percezione del nostro debito pubblico diverrebbe drammaticamente ancora più negativa, come dire che saremmo considerati la Grecia della situazione.

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