Il default del Libano si avvicina tra le smentite, il mercato lo prezza già

I titoli di stato in Libano crollano di prezzo ed esplodono di rendimento sulla grave crisi politica di queste settimane, culminate con le dimissioni del premier Hariri. Il mercato sconta il default, malgrado le smentite del governo.

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I titoli di stato in Libano crollano di prezzo ed esplodono di rendimento sulla grave crisi politica di queste settimane, culminate con le dimissioni del premier Hariri. Il mercato sconta il default, malgrado le smentite del governo.

Il Libano resta in grave crisi politica, oltre che economica e finanziaria. Le dimissioni del premier Saad Hariri non hanno spento le manifestazioni di protesta, che anche questo martedì si sono tenute a Beirut, tanto che sono state sospese le riunioni ufficiali per cercare una difficile formazione del nuovo governo.

I rendimenti sovrani dello stato mediorientale sono letteralmente esplosi. I titoli con scadenza nel marzo 2020, cioè tra circa 4 mesi, sono precipitati di prezzo ad appena 77,77 centesimi di dollaro, segnando un -20,6% nell’ultimo mese e offrendo così un rendimento intorno al 125%.

L’aspetto curioso di questo andamento è che si tratti di un bond in dollari USA. E di solito, le emissioni in valuta americana reggono anche alle voci di default. Nella stessa Argentina prossima a una ristrutturazione del debito pubblico per la seconda volta dal 2002, i rendimenti non hanno raggiunto la tripla cifra. Quanto ai titoli in scadenza nell’aprile 2021, tra meno di un anno e mezzo, si registra un tonfo del 39% nell’ultimo mese, con il rendimento ad essersi impennato a oltre il 78%. Per trovare una situazione più normale è necessario spostarsi sulle scadenze più lunghe, come quelle di aprile 2031 e novembre 2035, sempre in dollari e che rendono rispettivamente il 23% e più del 24%, crollando anch’esse del 30% e del 39% nell’ultimo mese.

Bond emergenti in dollari e rendimenti al 30-40% per investimenti a pochi mesi

Il governo ha smentito le voci di un imminente default, rassicurando gli investitori che onorerà tutti gli impegni, a partire dagli 1,5 miliardi di dollari in scadenza a fine mese e agli 1,2 miliardi del marzo prossimo. In teoria, il livello delle riserve valutarie di Beirut garantirebbe dollari a sufficienza per affrontare i pagamenti, ma si consideri che il Libano, oltre a dover sborsare nel breve termine cifre non indifferenti per servire i creditori esteri, presenta una bilancia commerciale in fortissimo passivo, mediamente del 30% del pil, qualcosa come circa 15 miliardi di dollari all’anno.

Libano tra rischio “haircut” e collasso economico

Proprio questo dato, unitamente alla fuga dei capitali, evidenzia il rischio più grande per i detentori dei bond governativi libanesi, vale a dire di una svalutazione prima o poi necessaria.

La lira è agganciata al dollaro da un tasso di cambio fisso, che si mostra sempre meno sostenibile alla luce dell’aggravarsi della crisi politica. Certo, i bond sono emessi in dollari, per cui teoricamente nemmeno la fine del “peg” li colpirebbe, ma va da sé che se ciò avvenisse, il debito pubblico esploderebbe in rapporto al pil in valuta locale dal già enorme 150%, rendendo necessaria la ristrutturazione. Nel frattempo, l’inflazione salirebbe e l’economia si affannerebbe ulteriormente, mentre il deficit nel 2018 risultava già impennatosi all’11% del pil.

Non è più al rendimento che bisogna guardare per capire l’appetibilità dei titoli, perlopiù ad oggi in mano alle banche libanesi stesse. Il fattore prezzo si mostra determinante per scontare il tasso di recupero del capitale atteso dal mercato. In altre parole, quale sarà l’entità di un eventuale “haircut”? Guardando alle scadenze più imminenti, si direbbe che almeno un quarto o un terzo del capitale verrebbe perso. Decisiva sarà l’evoluzione della crisi politica nelle prossime settimane, ma non fa sperare quella non meno allarmante dell’Iran, di fatto stato protettore del Libano, dove sono esplose proteste con “centinaia di morti” riferiti dalla stampa internazionale e scaturite dagli stessi problemi fiscali a cui da anni va incontro lo stato dei cedri.

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