Il debito di Seul rende poco? Ecco come mettere a frutto l’investimento

I rendimenti sudcoreani sono molto bassi, grazie anche al rating solido. Ma il debito dello stato asiatico non deluderebbe gli investitori nel caso di allentamento delle tensioni USA-Cina. Vediamo perché.

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I rendimenti sudcoreani sono molto bassi, grazie anche al rating solido. Ma il debito dello stato asiatico non deluderebbe gli investitori nel caso di allentamento delle tensioni USA-Cina. Vediamo perché.

La Corea del Sud è stata nel 2019 al vertice delle classifiche in Asia per investimenti stranieri sul suo mercato obbligazionario. I capitali affluiti dall’estero sono stati pari a 7,63 miliardi di dollari, secondi soli ai quasi 12 miliardi attratti dall’Indonesia, che sta vivendo una fase d’oro sui mercati anche in questo inizio di 2020.

Ma Seul non è una meta emergente, anzi la sua economia risulta tra le più avanzate e competitive al mondo. Le agenzie di rating hanno ottime valutazioni sul suo debito sovrano: “AA” per S&P, “AA-” per Fitch e “Aa2” per Moody’s.

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In effetti, i rendimenti sudcoreani appaiono abbastanza anemici, pur superiori a quelli mediamente vigenti nell’Eurozona. Il bond a 10 anni offre appena l’1,72%, meno del Treasury di pari durata, mentre quello a 2 anni viaggia sotto l’1,40%, anche in questo caso sotto i livelli americani. Nell’ultimo anno, le due scadenze hanno visto scendere i rendimenti di 28 e 40 punti base rispettivamente. E quali sono le prospettive? Il governo per quest’anno punta a una politica fiscale espansiva, elevando il deficit al 3,6% del pil, il livello più alto dal 2008, in forte aumento dal 2,2% del 2019.

Le tensioni USA-Cina

L’economia sudcoreana è in rallentamento, colpita come la Germania dal calo delle esportazioni. Nell’ultimo triennio, il surplus commerciale si è dimezzato a 39 miliardi di dollari, pur restando notevole. Sta di fatto che il principale driver del pil – l’export incide per il 35-40% – si è affievolito, complici le tensioni internazionali tra USA e Cina. Non è un caso che il cambio si sia indebolito di molto nell’estate scorsa, quando i mercati si mostravano preoccupati da una possibile escalation dei dazi tra le due superpotenze mondiali. Da allora, ha guadagnato oltre il 4% contro il dollaro, pur restando di circa il 9% più debole rispetto ai livelli toccati nel marzo 2018.

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A ben vedere, proprio il won guiderebbe i guadagni nell’obbligazionario sudcoreano.

I rendimenti sovrani, come dicevamo, sono già molto bassi e difficilmente scenderanno in misura rilevante e ai livelli europei da qui a breve. Vero è, però, che la banca centrale disporrebbe di qualche margine per tagliare i tassi dall’1,25% attuale, dato che l’inflazione a dicembre nel paese asiatico si è attestata allo 0,7%. Con l’accordo commerciale in vista tra USA e Cina, quanto meno la “guerra” dei dazi scatenatasi nell’ultimo biennio dovrebbe arrestarsi. Ciò beneficerebbe proprio il cambio sudcoreano, che risente del clima sui mercati internazionali.

Se la banca centrale limasse i tassi ancora un po’ e nel frattempo il won si rafforzasse per effetto di un’intesa commerciale tra USA e Cina, gli investitori esteri ricaverebbero valore dai capitali impiegati nei bond sudcoreani, i quali da un lato si apprezzerebbero e dall’altro varrebbero di più, una volta disinvestiti e convertiti in euro, dollari, etc. A maggior ragione questo scenario si concretizzerebbe con una BCE che tenesse i tassi fermi anche per quest’anno, mentre la Federal Reserve ha fatto capire che non li rialzerà fino all’arrivo del 2021.

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