Il conto corrente ha svuotato le tasche dei risparmiatori, la liquidità non ha pagato

Ecco come il conto in banca ha "tradito" i risparmiatori italiani, nonostante la bassa inflazione. Risultati amari per chi ha preferito restare liquido.

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Ecco come il conto in banca ha

Immagina di avere sotto il materasso 100.000 euro. In pratica, dormi su una piccola fortuna. Ma con il trascorrere del tempo, salvo periodi storici peculiari, questa si riduce progressivamente, perde di valore. Perché? A causa dell’inflazione, che altro non è che la perdita di potere di acquisto della moneta.

Un tempo, era un problema molto sentito dagli italiani, i quali non a caso correvano a investire il loro denaro in strumenti remunerativi, per quanto semplici e privi di rischi, come i titoli di stato e i libretti di risparmio. Adesso, il materasso è stato sostituito dai conti correnti e deposito bancari, con risultati altrettanto nefasti per la tutela dell’integrità dei risparmi.

Investire in titoli di stato o lasciare i soldi in banca?

Stando all’ultimo rapporto mensile dell’Abi, in aprile i depositi della clientela sono aumentati altri quasi 2,5 miliardi, salendo a 1.518,56 miliardi. Il punto è che trattasi di strumenti infruttiferi, dato che i conti correnti offrono mediamente la miseria dello 0,05% e i conti deposito dello 0,34% all’anno. E’ una storia che va avanti ormai da circa un quinquennio, da quando la BCE ha iniziato ad allentare ulteriormente la politica monetaria nell’Eurozona con misure straordinarie, tra cui il “quantitative easing”, azzerando i tassi e iniettando sui mercati liquidità mai vista prima.

Bassa inflazione, ma tassi azzerati

Per sfortuna dell’istituto, ma fortuna per i risparmiatori, queste misure non sono riuscite a risollevare la sorte dell’inflazione, tant’è che quella cumulata in Italia negli ultimi 5 anni è stata di appena il 2,2%. In pratica, i prezzi si sono mantenuti quasi del tutto invariati. Nell’Eurozona è andato un po’ meglio (o peggio, secondo i punti di vista), ma resta il fatto che la banca centrale sia rimasta frustrata dal mancato raggiungimento del target “vicino, ma di poco inferiore al 2%” all’anno.

E se il mercato obbligazionario stesse sbagliando i conti sull’inflazione?

Com’è andata ai risparmiatori italiani sul fronte della tutela del potere di acquisto? Dipende da dove abbiano parcheggiato il loro denaro. Quanti si fossero negli ultimi 5 anni tenuti liquidi, mettendo tutto su un conto corrente, avrebbero ottenuto una remunerazione complessiva dell’1,4% tramite i tassi attivi mediamente applicati dalle banche, insufficiente a coprire la pur bassa inflazione.

Al netto, avrebbero subito una perdita dello 0,8%, qualcosa come 800 euro su 100.000 euro. Una vacanza in meno, insomma. In realtà, molto peggio: già, perché al netto del 26% dovuto sugli interessi e dello 0,2% di imposta di bollo applicata sulle giacenze, il guadagno netto si sarebbe azzerato, per cui quello reale sarebbe stato del -2,2%, pari a qualche stipendio in meno.

Meglio sarebbe andata a coloro che avessero optato per un conto deposito, i cui tassi attivi sulle giacenze nel periodo sono stati mediamente pari al 2,8%, battendo di poco l’inflazione ed esitando intorno al mezzo punto percentuale a favore del risparmiatore, circa 600 su 100.000 euro. Stavolta, una vacanza in più guadagnata, ma solo in apparenza, perché sempre tra imposta di bollo e quella applicata sugli interessi, il guadagno netto non sarebbe andato oltre l’1%, meno della metà dell’inflazione del periodo.

E con BoT e BTp?

E chi avesse puntato sui BoT a 1 anno? Per i primi due anni, avrebbe guadagnato l’1,1% in tutto, successivamente i rendimenti sono scesi in territorio negativo e, a meno di essere stati masochisti, non avrebbe avuto senso reinvestirvi. Per questo, supponendo che dal 2016 i risparmi siano stati semplicemente parcheggiati su un conto corrente, avrebbero esitato nell’intero lustro un rendimento lordo dell’1,4%, lo 0,8% in meno dell’inflazione. Quanti, invece, avessero optato successivamente per il conto deposito, avrebbero di poco battuto l’inflazione, spuntando un rendimento lordo totale del 2,4% e netto dell’1,9%, sempre inferiore all’inflazione.

Infine, i BTp. Supponendo che 5 anni fa, il risparmiatore italiano avesse puntato sui titoli di stato a 5 anni, cioè su un orizzonte temporale medio, oggi avrebbe portato a casa un rendimento finale compreso tra l’8% e il 9% lordo, 4-5 volte l’inflazione nel periodo. Su 100.000 euro e al netto delle imposte, il guadagno reale sarebbe stato superiore ai 5.000 euro.

Cosa ci spiegano questi dati, tanto grossolani quanto indicativi? La liquidità ha fregato gli italiani, pur in un periodo di bassa o nulla inflazione. Figuriamoci quando questa tornerà ad alzare la testa!

Investire in BTp e guadagnare a doppia cifra in pochi mesi, è appena successo

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