Il Congresso americano minaccia il mercato dei bond cinesi

Mercato obbligazionario cinese nel mirino del Congresso americano sulle tensioni geopolitiche tra le due superpotenze. E aumentano i rischi per gli investimenti esteri a Pechino.

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Mercato obbligazionario cinese nel mirino del Congresso americano sulle tensioni geopolitiche tra le due superpotenze. E aumentano i rischi per gli investimenti esteri a Pechino.

Mentre USA e Cina sembrano avere temporaneamente deposto l’ascia di guerra sul piano commerciale, in attesa di sottoscrivere (si spera) un accordo a tutto campo, il Congresso americano mette nel mirino il mercato obbligazionario cinese. Il senatore repubblicano Marco Rubio, a capo di un gruppo bipartisan, ha annunciato la proposta di legge per vietare ai fondi pensione federali di investire sui bond cinesi.

Oggetto delle critiche di Rubio è, in particolare, l’indice MSCI All Country World, dopo che il Federal Retirement Thrift Investment Board ha deciso di investirvi i contributi degli iscritti, funzionari pubblici federali e militari. L’indice include le società cinesi, a cui viene assegnato un peso del 7,5%. Il fondo dispone di assets per poco meno di 600 miliardi.

Secondo il senatore, l’MSCI avrebbe incluso società attive sul piano militare, che rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale americana, violerebbero i diritti umani e sarebbero anche dedite allo spionaggio. Dal canto suo, l’MSCI si difende e ribatte alle accuse, notando come nessuna legge americana imponga il divieto di investire in assets cinesi.

Solo nell’aprile scorso, le obbligazioni cinesi sono state inserite nell’indice Barclays Bloomberg Aggregate Bond e da qui a un anno l’operazione consentirebbe l’afflusso di 100 miliardi di dollari a Pechino. Aldilà delle accuse di Rubio, il mercato cinese si mostra sempre meno trasparente, malgrado le apparenti aperture ai capitali stranieri e alle “best practises” in vigore all’estero. Ad esempio, mentre l’economia del Dragone rallenta ai minimi da inizio anni Novanta e quest’anno rischia di crescere anche meno del 6%, i casi di default si stanno riducendo, con obbligazioni non onorate quest’anno per 8,6 miliardi di dollari, molti meno dei 15,3 miliardi dell’intero 2018. Non vi sembra curioso che le aziende cinesi si mostrino più sicure, a fronte di un’economia meno solida? E non vi sembrano pochi i casi di default su un mercato obbligazionario che vale ben 13.000 miliardi di dollari?

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Default in calo, ma col trucco

In effetti, le scadenze vengono onorate solo ufficialmente, grazie al ricorso a diversi trucchi.

Uno dei più utilizzati consiste nel fare pressione sugli investitori per evitare che si avvalgano dell’opzione put e chiedano, come sarebbe nelle loro facoltà, il rimborso anticipato delle obbligazioni. Inoltre, molti (mancati) pagamenti avvengono all’infuori del circuito ufficiale, quello monitorato dalle stanze di compensazione, con queste ultime a non avere alcuna idea se le scadenze siano state o meno rispettate, non potendo così lanciare il “warning” per segnalare il default in corso.

Governo e autorità finanziarie s’impegnano solo a parole a perseguire maggiori obiettivi di trasparenza, nei fatti essi stessi per primi ne temono le conseguenze, tenuto conto che la Cina vive da anni in una sorta di bolla dal credito molto preoccupante e che vale quasi tre volte il pil, alimentata dalla politica monetaria ultra-espansiva della banca centrale. Molti di questi debiti, contratti spesso in forma di bond, sono andati a finanziare opere pubbliche faraoniche e progetti immobiliari rivelatisi fin troppo ottimistici, con tanto di città fantasma sorte nelle varie province cinesi e che segnalano l’elevato rischio che, a catena, molte scadenze non potranno mai essere rispettate.

Per il momento, regna la calma apparente, sebbene i rendimenti sovrani a 10 anni siano saliti al 3,32%, il livello più alto da 5 mesi, in rialzo di 30 centesimi da inizio settembre sulla scorta di dati negativi arrivati dall’economia, con la produzione industriale a settembre ad essere crollata del 5,3% annuo, il calo maggiore da 4 anni a questa parte. La Cina sta accogliendo i capitali stranieri a braccia aperte per cercare anche di schivare gli effetti depressivi dei dazi di Trump, ma lo fa a modo suo, cioè senza rimuovere quella patina di grasso che copre il sistema finanziario domestico e che lo rende opaco agli occhi di chi investe.

La “guerra” commerciale con Trump fa bene alle obbligazioni cinesi, c’è da fidarsi?

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