Il Bund negativo minaccia l’euro e i capitali fuggono

I rendimenti negativi della Germania allontanano i capitali dall'euro e ne minacciano la tenuta, come segnalano i dati sulle riserve valutarie internazionali e, soprattutto, i piani annunciati da alcuni investitori per i prossimi mesi.

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I rendimenti negativi della Germania allontanano i capitali dall'euro e ne minacciano la tenuta, come segnalano i dati sulle riserve valutarie internazionali e, soprattutto, i piani annunciati da alcuni investitori per i prossimi mesi.

L’euro è nato per affiancare progressivamente il dollaro come valuta di riferimento per gli scambi nel mondo, ma a oltre 20 anni dalla sua nascita non possiamo affermare che l’obiettivo sia stato raggiunto. E quello che meno immaginavamo è che a minacciarne la tenuta siano adesso i Bund, i titoli di stato della Germania.

Al termine del secondo trimestre 2019, stando al Fondo Monetario Internazionale, l’euro rappresentava solo il 20,35% delle riserve valutarie ufficiali del pianeta, in timido rialzo dal 20,23% del 31 marzo scorso, ma più per l’effetto cambio, cioè per l’apprezzamento medio dell’1,6% contro le principali valute nel periodo. Si consideri che alla fine del 2018, l’euro incideva per il 20,7% delle riserve globali e che per nemmeno la metà il deprezzamento del cambio spiega il calo.

Perché i Bund c’entrerebbero qualcosa e in negativo? Quando una banca centrale decide di acquistare assets denominati in una valuta straniera, generalmente punta su titoli finanziari molto sicuri e poco volatili, come lo sono i bond governativi. Nel caso della moneta unica, senza dubbio guarda ai Bund e ai titoli francesi. Il problema è che questi sono diventati fin troppo cari, anzi infliggono quasi sempre perdite certe, qualora fossero mantenuti fino alla scadenza o rivenduti anticipatamente a prezzi più bassi. La curva dei rendimenti in Germania è scesa del tutto sottozero da inizio agosto, con anche la scadenza a 30 anni a offrire redimenti negativi.

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Le banche centrali possono anche concepire di acquistare Bund in perdita, se fiutano che l’euro nei prossimi anni si apprezzerà contro le valute da esse emesse, perché grazie all’effetto cambio riuscirebbero comunque a non intaccare il valore delle loro riserve. Tuttavia, non solo i movimenti dei cambi non sono puntualmente prevedibili, ma oltre tutto si corrono rischi a detenere assets, che nel caso si avesse il bisogno di rivendere in anticipo per ragioni macro o di politica monetaria/valutaria (fuga dei capitali/perdita di competitività con annessa richiesta di valuta sul mercato, sostegno al cambio domestico, etc.

) imporrebbero perdite.

Bund diventati troppo cari

E per capire che i Bund abbiano stressato il mercato oltremisura, si legga l’annuncio della compagnia assicurativa giapponese Fukoku Life, che per quest’anno fiscale in scadenza nel marzo 2020 ha deciso di triplicare l’entità degli investimenti azionari domestici da 20 a 60 miliardi di yen e di dimezzare gli acquisti di bond stranieri da 40 a 20 miliardi, tagliando da 50 a 40 miliardi quelli dei bond stranieri coperti dal rischio valutario, mentre verranno venduti per 40 miliardi, più dei 30 ipotizzati a maggio, quelli “non currency-hedged”. I fondi nipponici hanno venduto debito tedesco per 374,4 miliardi di yen netti in agosto, ben più dei 22,6 miliardi a luglio. Insomma, fuggono dalla Germania.

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Investire in bond tedeschi e francesi è diventato impossibile. Pur scontando l’effetto cambio, nessun fondo d’investimento privato se la sente più di minacciare i risparmi dei clienti puntando su assets certamente sicuri, ma che al contempo si mostrano ormai troppo cari. E lo stallo di questa fase potrebbe ridurre con i mesi il peso dell’euro tra le riserve valutarie mondiali, sminuendone il potere negli scambi internazionali, quando con il suo varo alla fine degli anni Novanta ci si era prefissi l’esatto contrario. E il “super dollaro” continua a dominare le scene con un peso superiore al 60%.

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