Il bond più vecchio del Giappone sta per essere lanciato in yen, ecco a cosa guardare

Mitsubishi Estate sta per lanciare un'obbligazione a 50 anni, la più longeva in Giappone. Il rendimento è atteso sopra l'1%, un livello in assoluto molto basso, ma non nel Sol Levante, dove i bond governativi non offrono praticamente nulla.

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Mitsubishi Estate sta per lanciare un'obbligazione a 50 anni, la più longeva in Giappone. Il rendimento è atteso sopra l'1%, un livello in assoluto molto basso, ma non nel Sol Levante, dove i bond governativi non offrono praticamente nulla.

Mitsubishi Estate emetterà un bond con durata di 50 anni, il più longevo mai lanciato in Giappone, dove al momento l’obbligazione con scadenza più lunga è di 40 anni. Non è stata resa ancora nota la data del collocamento, ma si sa che esso ammonterebbe a 10 miliardi di yen, pari a circa 80 milioni di euro, mentre il rendimento si aggirerebbe sopra l’1%. Può sembrare molto basso – e lo è – ma si consideri che i tassi d’interesse sul mercato nipponico sono da anni praticamente a zero, con il decennale governativo ad offrire al momento il -0,04% e il titolo a 40 anni poco più di mezzo punto percentuale.

La politica monetaria estremamente accomodante della Banca del Giappone tiene i rendimenti a livelli infimi anche per le scadenze dei corporate bond e, in particolare, per il tratto più breve della loro curva, per cui quell’1% o più che venisse offerto dalla società sarebbe manna dal cielo.

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Mitsubishi Estate fa parte del gruppo Mitsubishi ed è attivo nel settore immobiliare. Il fine dell’operazione consiste proprio nell’attirare domanda da un mercato affamato di rendimento, puntando sulle scadenze lunghe e di fatto consolidando il debito societario, il cui rating è “A” per S&P, “A2” per Moody’s e “AA+” con prospettive “stabili” per Japan Credit Rating. Parliamo, quindi, di un emittente molto solido. Ad ogni modo, chi volesse puntare su questo bond si troverebbe dinnanzi a due rischi principali: di cambio e di volatilità.

Obbligazioni in yen, quali rischi

L’emissione, come abbiamo scritto, è in yen. La valuta nipponica si è apprezzata di quasi il 4% contro l’euro nell’ultimo anno, di oltre l’11% in 5 anni e del 26% rispetto alle settimane immediatamente precedenti il crac di Lehman Brothers nel settembre 2008. Considerata un porto sicuro contro le tensioni geopolitiche e finanziarie globali, tende a rafforzarsi nei momenti più critici e, in effetti, tra l’agosto 2008 e il gennaio 2009 si apprezzò di oltre il 30% contro la moneta unica e uno dei suoi momenti di maggiore forza li visse nell’estate del 2012, quando la moneta unica fu sull’orlo di scomparire.

Difficile, anzi impossibile, dire cosa accadrà da qui a mezzo secolo, ma del resto chi acquisterà il bond a 50 anni o è un investitore istituzionale e “cassettista”, per cui sarà disinteressato ai movimenti dei prezzi e del cambio da qui alla scadenza, o è un privato che punta a monetizzare i guadagni alla prima occasione utile, puntando evidentemente sull’effetto cambio.

Tuttavia, non solo lo yen potrebbe muoversi in direzione sfavorevole nei prossimi anni, specie se la BCE dovesse alzare i tassi prima e/o più velocemente della collega di Tokyo; in più, bisogna considerare che l’emissione in sé è poco liquida, consistendo solamente in una ottantina di milioni di euro, per cui si potrebbe incappare nella difficoltà di trovare acquirenti immediati nel caso si volesse rivendere le obbligazioni per realizzare plusvalenze. E basterebbero ordini piccoli di acquisto o di vendita per smuovere eccessivamente i prezzi nell’una o nell’altra direzione.

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Boom di emissioni in valuta

Chi volesse puntare sul mercato nipponico avrebbe un ventaglio di opportunità abbastanza vasto a disposizione, se si pensa che nel 2018 le società in Giappone hanno emesso bond in valuta estera per un controvalore di 105,6 miliardi di dollari, meno dei 114,8 miliardi del 2017, ma nettamente di più degli 83,9 del 2016, mentre all’inizio del decennio si erano indebitate in euro, dollari, etc., per soli 27,5 miliardi. E può sembrare un controsenso, dato che in casa avrebbero modo di emettere debiti a costi molto più bassi e senza nemmeno esporsi al rischio di cambio. Il fatto è che il mercato domestico in Giappone è più selettivo di quello occidentale, pretendendo perlopiù obbligazioni con rating da “BBB” insù, mentre sappiamo che negli USA si accettano di buon grado persino titoli “spazzatura”, ossia con rating doppia “B” o con singola “B”, considerati speculativi.

Per essere chiari, chi ricorre alle emissioni in valuta diversa dallo yen è, anzitutto, quella parte del mercato che presumibilmente verrebbe scartata in patria, a causa della bassa qualità del merito creditizio esibita.

Questo significa anche, quindi, che investendo in obbligazioni in euro emesse da società giapponesi, da un lato avremo azzerato il rischio di cambio, dall’altro ci saremo esposti a un maggiore rischio di credito, anche se non è sempre così. Lo scorso anno, tanto per citare alcuni nomi, hanno fatto ricorso al debito in valuta colossi come Toyota Tsusho Corp, Toyota Industries Corp, Mitsui Fudosan Co, Central Japan Railway Co e Marubeni Corp, tutte realtà con almeno una “A” tra i loro rating.

Vero è, però, che questi bond non ci avrebbero consentito negli ultimi tempi di realizzare i guadagni che altrimenti avremmo potuto ottenere grazie al rafforzamento dello yen. Ad esempio, nell’ultimo anno il prezzo in euro del Toyota 2,375%, febbraio 2023, ha ceduto circa mezzo punto percentuale, a fronte del +4% segnato dal cambio nipponico nello stesso periodo. Ad ogni modo, indebitarsi in altre valute non è solo conseguenza di bassi rating, anzi per molte società del Sol Levante rappresenta uno strumento di diversificazione dei mercati di approvvigionamento dei capitali, in modo da minimizzare i rischi futuri.

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