Il bond di Aramco farà tremare l’OPEC, ecco perché stravolgerà il mercato del petrolio

Domanda a 100 miliardi di dollari per le obbligazioni Aramco, in corso di emissione fino a domani. E si tratta di un duro colpo per l'OPEC.

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Domanda a 100 miliardi di dollari per le obbligazioni Aramco, in corso di emissione fino a domani. E si tratta di un duro colpo per l'OPEC.

Sono arrivate a 100 miliardi di dollari le richieste del bond di Aramco, registrate sul libro degli ordini a metà giornata di oggi. Considerando che l’emissione dovrebbe avvenire per un importo intorno ai 10 miliardi – anche se qualcuno ipotizza che possa salire fino a un massimo di 15 miliardi – la domanda copre fino a una decina di volte l’offerta. Siamo dinnanzi a un record sui mercati emergenti e non lontano nemmeno da quello battuto nei mesi scorsi da CVS Health Corp con una domanda pari a 121 miliardi.

Aggiungete il fatto che questo è il primo bond della compagnia petrolifera statale saudita e il dato appare ancora più sensazionale. Solo da poche settimane, la società ha ricevuto l’assegnazione dei rating da parte delle agenzie Fitch e Moody’s, le quali hanno valutato il suo debito rispettivamente “A+” e “A1”, il quinto gradino delle rispettive scale dei giudizi. E il rating sarebbe stato quasi certamente più alto, se non fosse stato limitato da quello sovrano di Riad.

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Come abbiamo scritto ieri, trattasi di sei tranche, di cui cinque con cedola fissa e una con cedola variabile. Nel dettaglio, saranno collocate sul mercato obbligazioni a 3, 5, 10, 20 e 30 anni e tutte denominate in dollari USA. Quanto al pricing, i rendimenti decennali dovrebbero, ad esempio, offrire l’1,25% in più del Treasury di pari durata, ossia intorno al 3,75%, persino qualche punto base in meno rispetto ai rendimenti sovrani sauditi. In realtà, questi sono i numeri che sono circolati ieri sulla base di ordini per 30 miliardi. Adesso, con richieste per oltre tre volte tanto, probabile che il rendimento esitato risulterà ancora più basso e ciò rappresenterebbe un caso più unico che raro nel panorama obbligazionario mondiale, visto che le società controllate dallo stato tendono a possedere rating al massimo di pari livello a quelli sovrani e ad offrire un po’ di più dei bond governativi di pari durata.

Sarebbe la dimostrazione che Aramco verrebbe valutata sui mercati come una società con rating superiore a quello assegnato dalle due agenzie, vale a dire come se fosse una “AA”.

Per il regno, il collocamento ancora in corso sta portando notizie molto positive. Anzitutto, perché dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto sei mesi fa al consolato saudita a Istanbul, la finanza mondiale aveva disertato l’appuntamento organizzato per la cosiddetta “Davos nel deserto”, in segno di riluttanza nel metterci la faccia dinnanzi a un evento così efferato. Si era temuto un allontanamento dei capitali stranieri, cosa che avrebbe segnato la fine dell’agenda riformatrice del principe Mohammed bin Salman (MbS) e nota come “Saudi Vision 2030”. Questi numeri stanno smentendo il pessimismo, anzi suggeriscono che Riad beneficia della caccia al rendimento degli investitori, allettati da un’emissione a basso rischio e al contempo generosa, se si pensa che i bond governativi europei e giapponesi rendano persino negativamente e che persino quelli corporate sui mercati avanzati stiano offrendo sempre meno.

IPO Aramco più probabile

Ma non dimentichiamoci che il bond fa parte del piano B di Aramco. Il piano A consisteva e consiste a tutt’oggi nell’IPO, ossia nella quotazione in borsa di un 5% del capitale. La parziale privatizzazione della compagnia dovrebbe fruttare per MbS 100 miliardi di dollari, per cui l’intera valorizzazione è attesa nell’ordine dei 2.000 miliardi, una cifra mostruosamente alta per gli analisti, secondo i quali Riad non potrebbe aspettarsi realisticamente più della metà. L’operazione è stata rinviata al 2021, nonostante fosse stata inizialmente fissata per il 2018. L’emissione di questi giorni consente al regno di incassare ugualmente liquidità fresca, sebbene esso disponga di circa 500 miliardi di riserve valutarie a cui attingere. Si è detto più volte che il bond sarebbe legato all’acquisizione del 70% di SABIC, società statale attiva nel settore petrolchimico e controllata dal fondo pubblico PIF, a cui saranno girati così 69,1 miliardi. Tenuto conto che al termine del 2018, la liquidità disponibile per Aramco ammontasse a 86 miliardi, notiamo come nei fatti essa non avesse bisogno di rivolgersi ai mercati per ottenere capitali.

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E allora come mai lo ha fatto? Un test in vista proprio dell’IPO, un modo per avere il sentore degli umori tra gli investitori stranieri, i quali già avevano offerto segnali molto positivi a gennaio, quando Riad aveva emesso un bond da 7,5 miliardi, ricevendo offerte per 27 miliardi. E il vicino Qatar, con cui da qualche anno è in rotta di collisione, quest’anno ne ha emesso uno da 12 miliardi, riscuotendo una domanda pari a 52 miliardi. Insomma, l’appetito per questi gioielli energetici del Golfo Persico sembra essere molto forte tra i finanzieri di tutto il mondo. E se così stanno le cose, che IPO sia. Chissà che i sauditi non riescano persino a spuntare, per la cessione del 5%, un prezzo simile a quello desiderato. In fondo, Aramco non è una compagnia petrolifera qualsiasi, è la compagnia per eccellenza, capace più di ogni altra di muovere le quotazioni del greggio sui mercati internazionali, vantando una quota di mercato del 10% ed esportando 7,5 milioni di barili al giorno, più di ogni altra concorrente.

Il problema con l’IPO sarebbe, però, quel 95% che rimarrebbe in capo allo stato, la cui gestione avrebbe modo di entrare in conflitto con gli interessi degli investitori. Il successo di queste ore con le obbligazioni potrebbe non essere replicato in egual misura quando ad essere emesse saranno le azioni, perché una cosa è acquistare titoli del debito di un’entità statale, un’altra entrarci in affari e di fatto rischiare di soggiacere a decisioni estranee a una gestione puramente imprenditoriale. Tuttavia, per quanto appena detto, il valore peculiare di Aramco risiederebbe proprio nella sua capacità di influenzare i mercati internazionali, attraverso interventi spesso intrecciati a sviluppi geopolitici e che finiscono per fare l’interesse saudita e della compagnia nel medio periodo. Se fosse stata una società privata, difficilmente avrebbe tagliato la produzione a fine 2016, ma solo così ha potuto beneficiare mesi dopo della risalita delle quotazioni, arrivate a raddoppiare in meno di due anni.

Fine dell’OPEC?

Ad ogni modo, i dirigenti si stanno affannando anche in queste settimane a convincere il mercato che Aramco sia un’entità autonoma dallo stato. Se e quando si terrà l’IPO, dovranno mostrarsi ancora più convincenti, altrimenti rischiano il flop. E questo per l’OPEC, il cartello petrolifero guidato proprio da Riad, costituisce la principale minaccia a breve alla sua esistenza stessa. Con il regno a dovere necessariamente garantire crescente autonomia decisionale a una società in via di privatizzazione, le pressioni sulla famiglia reale perché si faccia carico di risolvere per via dirigistica problemi prettamente di mercato si riveleranno sempre più armi spuntate. Aramco dovrà rispondere in misura crescente ai soli propri interessi e non a quelli dell’organizzazione di cui fa parte l’Arabia Saudita. Semmai, essa avrà l’interesse a stringere alleanze di natura collusiva con colossi rivali, come la russa Rosneft, al fine di influenzare i prezzi internazionali. Sarà un caso che Riad e Mosca si siano così tanto avvicinate negli ultimi anni, da essere girata voce nei mesi scorsi che la Russia potrebbe entrare a far parte del cartello con sede a Vienna, già ribattezzata OPEC+?

Per concludere, come vi abbiamo scritto in un altro articolo, il successo clamoroso del primo bond della compagnia saudita segnala che il mercato nutrirebbe aspettative crescenti sulle quotazioni del petrolio e questo non deporrebbe in favore del comparto obbligazionario. D’altro canto, però, esso prelude all’IPO di Aramco, che in sé segnerebbe la fine dell’organizzazione petrolifera, almeno così come la conosciamo da decenni. E i sauditi sembrano da anni intenzionati a ridisegnare le alleanze, ambendo a stringerne di nuove con pochi altri grandi partner, con i quali sarebbe anche più facile interloquire in una logica di “libero” mercato, quando la privatizzazione dovesse diventare realtà.

Perché i bond potranno tradire e a svelare l'”inganno” è stata proprio un’emissione saudita

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