I ‘tango bond’ dell’Argentina crollano sui timori di un ritorno di Kirchner, il peso collassa

E' bastato un sondaggio sulle elezioni in Argentina per rinvigorire le vendite ai danni di pesos e bond. Il mercato teme davvero che torni alla presidenza Cristina Fernandez de Kirchner.

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E' bastato un sondaggio sulle elezioni in Argentina per rinvigorire le vendite ai danni di pesos e bond. Il mercato teme davvero che torni alla presidenza Cristina Fernandez de Kirchner.

E’ arrivato a perdere circa l’8,5% in meno di una decina di giorni il peso argentino, salendo a un tasso di cambio contro il dollaro superiore a 45 e segnando un ennesimo minimo storico. Nel frattempo, i tassi Leliq a breve all’asta della banca centrale di Buenos Aires sono saliti sopra il 71%, il livello più alto al mondo. Per contro, crollano i prezzi dei cosiddetti “tango bond”, i titoli di stato dell’Argentina, che mediamente si portano a una distanza dagli omologhi Treasuries di 1.000 punti base dai 400 di un anno fa, varcando quella soglia psicologica che rischia di innescare un “sell-off” ancora più pesante di quello scatenatosi mercoledì scorso, allorquando è stato reso noto il risultato di un sondaggio di Isonomia, secondo cui il 45% degli indecisi voterebbe l’ex “presidenta” Cristina Fernandez de Kirchner a un eventuale ballottaggio contro l’uscente Mauricio Macri, accreditato del 35%.

E solo il 28% degli intervistati oggi darebbe un giudizio positivo sull’operato del secondo, meno del 44% riscosso dalla prima.

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In pratica, il mercato ha iniziato seriamente a scontare l’ipotesi di un ritorno all’era Kirchner. La presidenta ha governato l’Argentina per due mandati tra il 2007 e il 2015 e non ha potuto candidarsi per un terzo consecutivo, a causa dei limiti imposti dalla Costituzione. Tuttavia, potrà correre alle prossime presidenziali di ottobre e i sondaggi si mostrano sempre più penalizzanti per Macri, nell’occhio del ciclone per la crisi finanziaria ed economica in cui è caduta l’Argentina dallo scorso anno, conseguenza delle riforme parzialmente attuate dalla sua amministrazione per alleviare il peso del debito pubblico, l’inflazione e ravvivare la crescita.

Tensioni riesplose su spettro di una terza presidenza Kirchner

Dalla fine del 2017, il cambio tra peso e dollaro è crollato di quasi il 60%, alimentando un’inflazione esplosa al 55% e che a sua volta fa impennare i rendimenti sovrani, con il bond 2021 in dollari a offrire ormai intorno al 18%. Quello secolare, cedola 7,125%, anch’esso denominato in dollari USA e scadenza 2117 rende oggi l’11,1%, segnalando una curva invertita.

Perché una possibile terza presidenza Kirchner fa paura? La donna ha applicato ricette economiche disastrose negli otto anni trascorsi a Casa Rosada, tagliando l’Argentina fuori dai mercati finanziari, provocando il secondo default in meno di 15 anni e oberando il bilancio statale di oneri legati a sussidi generosi elargiti alle famiglie, i quali hanno anche impedito il funzionamento del mercato di beni e servizi, nonché colpendo le esportazioni a colpi di dazi per alimentare l’offerta domestica e imponendo controlli ai movimenti dei capitali.

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Tornare al 2015 significherebbe la fine delle riforme, che pure timidamente sono state varate negli ultimi 3 anni. E con 56,7 miliardi di dollari stanziati dal Fondo Monetario Internazionale per Buenos Aires, in funzione proprio delle riforme, facile immaginare il disastro ancora maggiore a cui il paese sudamericano andrebbe incontro nel caso in cui i rubinetti di Washington venissero chiusi. Del resto, i problemi odierni sono frutto proprio delle cattive politiche kirchneriane, per rimediare ai quali Macri sta passando per le forche caudine di una difficile e dolorosa riconversione economica. Più di un esperto invita a non affidarsi troppo ai sondaggi, quando mancano ancora 6 mesi alle elezioni, ritenendo che solo le rilevazioni dell’ultimo mese sarebbero attendibili. Fatto sta che l’aria è cambiata bruscamente da un anno a questa parte. Difficile che la fiducia sui mercati possa tornare prima del voto e sempre che Macri ce la faccia a ottenere un secondo mandato. I “tango bond” sembrano destinati a ballare per mesi, quando fino a un anno fa ci si era convinti che si stessero pian piano mettendo il triste passato alle spalle.

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