I default in Cina aiutano l’economia mondiale, ecco perché

Obbligazioni onshore cinesi verso il record di default. A giorni è atteso quello di Tewoo, ma contrariamente a quanto crediamo, se controllati, questi casi fanno bene sia a Pechino, sia all'economia mondiale, soprattutto.

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Obbligazioni onshore cinesi verso il record di default. A giorni è atteso quello di Tewoo, ma contrariamente a quanto crediamo, se controllati, questi casi fanno bene sia a Pechino, sia all'economia mondiale, soprattutto.

Dall’inizio di novembre, sul mercato obbligazionario domestico o “onshore” in Cina si sono registrati 15 casi di default. La massa dei titoli oggetto di mancati pagamenti sale così a 120,4 miliardi di yuan, circa 15,65 miliardi di euro. Nel 2018 si era toccato il record dei 121,4 miliardi, per cui saremmo a un soffio dai massimi storici, quando mancano oltre tre settimane alla fine dell’anno e per il 16 dicembre è previsto formalmente il default su obbligazioni per 300 milioni di dollari di Tewoo, società pubblica attiva nel trading delle materie prime.

La crisi dell’acciaio manda in default i bond Tewoo

Sembra preoccupante che la seconda economia mondiale, da tempo in rallentamento, veda crescere di numero le sue aziende incapaci di onorare le scadenze, sintomo di fatturati insufficienti a coprire il fabbisogno finanziario. In effetti, i loro debiti sono esplosi al 165% del pil, un livello altissimo anche per un’economia avanzata. Ma le cose non stanno esattamente come pensiamo. Secondo S&P, i casi di default dovrebbero restare confinati allo 0,5% del totale, mentre Fitch ha calcolato che per le società private essi si siano attestati al 4,5% al 30 novembre scorso, crollando ad appena lo 0,2% tra quelle pubbliche.

Considerando che il mercato obbligazionario “onshore” in Cina valga sui 4.400 miliardi di dollari, i numeri di cui sopra non appaiono affatto così allarmanti. In realtà, questo trend sarebbe persino benefico per la finanza cinese e per l’economia mondiale. Fino a pochissimi anni fa, le autorità di Pechino non permettevano alcun default, così da attirare la quantità maggiore possibile di capitali domestici e dall’estero. Questa rassicurazione è stata, però, alla base dell’esplosione dei prestiti al settore privato e alle società statali, con la conseguenza che fiumi di denaro a interessi bassi siano arrivati spesso anche in mani sbagliate, o meglio, hanno finanziato progetti in sé poco credibili, così come sostenuto produzioni eccessive per la capacità di assorbimento della domanda interna.

Più disciplina di mercato fa bene all’economia mondiale

D’altra parte, questo eccesso di investimenti ha sostenuto nel breve proprio la domanda interna, che sarebbe stata altrimenti ancora più bassa, ma creando le condizioni per un eccesso futuro dell’offerta, visto che i capitali sono andati a potenziare la capacità di produzione delle imprese private, oltre che a finanziare progetti pubblici di sostegno alla produzione, seppure spesso rivelatisi inutili e faraonici.

In sintesi, Pechino copriva eventuali carenze di liquidità delle aziende e sosteneva il loro eccesso di investimenti, di fatto potenziando l’offerta a livelli divenuti insostenibili, utilizzando le esportazioni come valvola di sfogo per i suoi eccessi produttivi. Questo, fino all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016, quando l’America fece comprendere al Dragone che la festa fosse finita. E così, pur con molta gradualità, adesso le autorità cinesi stanno consentendo al mercato di fare pulizia dei cattivi crediti erogati, così da imporre una maggiore disciplina ad emittenti e investitori. Il tutto sta avvenendo, però, senza minacciare le fondamenta della finanza, cioè segnalando che d’ora in avanti i prestiti vadano valutati per quello che sono e la qualità degli investimenti dovrà essere tenuta essere in considerazione.

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Che i default siano la conseguenza o la causa del rallentamento economico non è facile ancora capirlo, ma di certo sappiamo che un mercato finanziario più disciplinato in Cina porterà a investimenti meno sproporzionati rispetto alle dimensioni della domanda interna. E a loro volta, essi rallenteranno l’offerta futura, rendendo meno necessarie le esportazioni come sfogo per l’incapacità delle aziende cinesi di svuotare i magazzini con i soli ordini interni. Le pressioni concorrenziali da Pechino su Europa e Nord America diminuirebbero e con il tempo le bilance commerciali inizierebbero a captare relazioni meno sbilanciate a favore della Cina.

Lasciamo che i default crescano, che gli obbligazionisti tocchino con mano quanto sia rischioso finanziare cattedrali nel deserto e produzioni illimitate.

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