I corporate bond segnalano un allentamento delle tensioni finanziarie, ma più in America

Le obbligazioni societarie stanno registrando anch'esse una riduzione dei rendimenti, ma con accenti diversi tra titoli più sicuri e altri con rating bassi, nonché tra America ed Eurozona.

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Le obbligazioni societarie stanno registrando anch'esse una riduzione dei rendimenti, ma con accenti diversi tra titoli più sicuri e altri con rating bassi, nonché tra America ed Eurozona.

Quando nell’autunno da poco trascorso la Federal Reserve segnalò di voler aumentare i tassi negli USA per diverse volte ancora, portandoli verosimilmente sopra la soglia del 3% entro la fine del 2019, i mercati reagirono furiosi, temendo che la stretta monetaria così vigorosa potesse portare alla contrazione dell’economia americana, attesa di per sé in rallentamento già da quest’anno, dopo il boom dei trimestri passati, nel corso dei quali è arrivata a crescere fino ad oltre il 4%. I rendimenti sovrani schizzarono e il Treasury a 10 anni sfiorò il 3,25%. Questo fino a novembre, quando la musica a poco a poco iniziò a cambiare. Tra i segnali di rallentamento globali, l’inflazione calante per effetto del crollo del petrolio e le varie tensioni nell’Eurozona, nonché su pressione della Casa Bianca, il governatore Jerome Powell lanciò segnali più distensivi, fino a quando, in occasione dell’ultimo FOMC di fine gennaio, non ebbe a dichiararsi “paziente” sui tassi, chiarendo che si prenderà una pausa per un po’ prima di alzarli di nuovo.

Già da tre mesi i rendimenti sovrani sono scesi, riportandosi in molti casi ai minimi da parecchi mesi o anni, come nel caso dei Bund, tornati ai livelli di fine estate del 2016, quando il mercato iniziava a scontare la reflazione in corso. Anche i corporate bond hanno seguito un percorso simile. I rendimenti dei titoli americani con la massima valutazione (rating “AAA”) sono saliti fino agli inizi di novembre e da lì in poi sono scesi, portandosi oggi a una media del 3,31%, inferiore di 22 punti base rispetto a inizio anno. Tempistica diversa per i titoli “high yield”, quelli ad alto rendimento, il cui rating è sotto il livello di “investment grade” (IG). Parliamo dei bond noti anche come “junk” o spazzatura. Sono arrivati a un massimo dell’8% a fine dicembre, salvo scendere al 6,81% di queste ultime sedute.

E nell’Eurozona? Analogo percorso. I rendimenti degli high yield sono saliti fino a inizio gennaio, quando hanno concluso una corsa iniziata 14 mesi prima. Inauguravano il 2019 al 4,76% e oggi si attestano al 4,12%, facendo meglio dei corporate bond con rating IG, i quali hanno registrato un aumento percentuale dei prezzi dimezzato. Fatto sta che lo spread tra gli high yield americani e quelli denominati in euro si è ristretto quest’anno già di 44 bp, passando dal 3,13% al 2,69%. Al contempo, si è ridotto anche il differenziale con i bond IG negli USA, passato dal 4,36% al 3,5%. Queste due tendenze sarebbero il riflesso di un allentamento delle tensioni sui mercati finanziari, come conferma anche la ripresa delle quotazioni azionarie.

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America percepita più sicura?

In pratica, gli investitori stanno scontando un minore rischio percepito sul piano economico e finanziario, per cui si sono riposizionati nel complesso a favore del mercato a reddito fisso e all’interno di esso, affamati di rendimento, sono tornati ad acquistare in proporzione maggiore titoli meno solidi. Questo è accaduto sia negli USA che nell’Eurozona, oltre che altrove, ma da noi è avvenuto in misura minore. Come mai? Si direbbe che la riduzione del rischio percepito riguardi perlopiù l’America che non l’Area Euro, cosa verosimile se si considerano i diversi dati macro pubblicati negli ultimi mesi. L’America di Trump cresce ancora vicina al 3%, l’unione monetaria della metà, con Germania quasi in recessione e l’Italia ad esservi già entrata. Questo spiegherebbe la maggiore crescita registrata mediamente dai prezzi dei corporate bond IG negli USA rispetto all’Eurozona quest’anno (2,2% contro 1,3%).

Tuttavia, è probabile che stia concorrendo un dato non indifferente: la fine del “quantitative easing” della BCE. L’istituto ha cessato gli acquisti netti di assets da quest’anno, tra cui proprio di corporate bond con rating IG. La minore domanda, che interviene peraltro in un mercato meno sviluppato di quello americano, starebbe riducendo i guadagni che altrimenti gli stessi titoli avrebbero potuto mettere a segno giovandosi del clima più disteso. Non è, poi, nemmeno detto che la riduzione più marcata dei rendimenti americani segnali solo aspettative più ottimistiche. Semmai, gli investitori sanno che se l’economia USA andasse in crisi, la Fed avrebbe a disposizione fino a 250 bp di margine sui tassi da tagliare e all’occorrenza potrebbe sempre tornare ad acquistare assets con nuovi cicli di QE, quando oggi sta riducendo il suo bilancio di 50 miliardi di dollari al mese. Viceversa, la BCE si ritroverebbe con una cassetta degli attrezzi quasi del tutto vuota, per cui il margine di crescita delle quotazioni risulterebbe superiore per l’insieme dei corporate bond americani, i quali del resto continuano a rendere molto più degli omologhi in euro, riflettendo diverse condizioni monetarie, a loro volta figlie di un ciclo economico più maturo.

E se adesso i bond “spazzatura” sono diventati più appetibili con la fine del QE?

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