I bond turchi diffidano della banca centrale e si preparano a una nuova crisi della lira

I rendimenti in Turchia stanno salendo da settimane, specie per le scadenze più brevi. E non si tratta di un segnale di fiducia verso la banca centrale.

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I rendimenti in Turchia stanno salendo da settimane, specie per le scadenze più brevi. E non si tratta di un segnale di fiducia verso la banca centrale.

Non sarà stato contento il presidente Erdogan nell’apprendere che Goldman Sachs abbia pubblicato un’analisi pessimistica sulla lira turca, prevedendo un deprezzamento del tasso di cambio contro il dollaro a 6,25, 6,50 e 7,00 entro rispettivamente 3, 6 e 12 mesi. Poiché oggi la lira scambia a un rapporto di 5,94, se la banca d’affari americana avesse ragione, equivarrebbe a prevedere un crollo del 15% da qui a un anno, dell’8,5% a 6 mesi e del 5% a 3 mesi.

Non è esattamente lo scenario che Ankara spera di ritrovarsi davanti, già in lotta contro la recessione, alimentata da una vigorosa stretta monetaria varata lo scorso anno dalla banca centrale per combattere il circolo vizioso tra crollo del cambio e alta inflazione.

Bond turchi e rischio cambio, quanto incide la debolezza della lira lungo la curva delle scadenze

Le pressioni politiche sul governatore Murat Cetinkaya, affinché allenti il prima possibile la politica monetaria, sono sempre più forti negli ultimi mesi. E giovedì scorso, l’istituto ha confermato i tassi al 24%, ma al contempo ha ammorbidito il comunicato, eliminando il riferimento a “una nuova stretta, se necessario”. In sostanza, non dovremmo più attenderci alcun rialzo dei tassi. Per la verità, nessuno credeva fino alla scorsa settimana che il governatore avrebbe potuto alzare ulteriormente il costo del denaro. Tuttavia, eliminando formalmente tale possibilità, di fatto ha appena tracciato la strada per un taglio dei tassi nei prossimi mesi, approfittando del calo dell’inflazione sotto il 20%.

Curva dei bond turchi ancora più invertita

I rendimenti dei bond governativi starebbero scontando uno scenario non rassicurante, se è vero che in meno di un paio di settimane sono saliti di 169 punti base sulla scadenza a 10 anni e di 157 su quella a 2 anni, salendo rispettivamente al 18,45% e al 22,03%. La curva si presenta invertita, ma questa non è una novità. Dovrebbe preoccupare, però, l’aumento dello spread tra biennali e decennali, quasi ai massimi da tre mesi. Cinque settimane fa, prima che iniziasse l’ultimo “sell-off” ai danni della lira in ordine di tempo, sui 2 anni il mercato pretendeva rendimenti di circa 210 bp più alti di quelli a 10 anni, mentre oggi chiede quasi 360 bp in più.

L’aumento dell’inclinazione negativa della curva delle scadenze riflette tipicamente maggiori rischi percepiti di default, sui tassi di cambio e sull’inflazione. In altre parole, il mercato starebbe scontando nel caso specifico una nuova caduta della lira turca, verosimilmente seguita da un’accelerazione dei tassi d’inflazione. E proprio le ultime mosse della banca centrale alimenterebbero tali aspettative: tassi d’interesse più bassi renderebbero meno copiosi gli afflussi di capitali in Turchia, il cambio si deprezzerebbe e renderebbe più costosi i beni importati, accelerando l’inflazione.

Perché la lira turca affonda sulla sconfitta di Erdogan

Altri aspetti stanno impattando negativamente e particolarmente sulle scadenze più brevi. Il mercato non si fida dei numeri della banca centrale sulle riserve valutarie, gonfiate dalla nuova pratica degli “swaps”, contratti con cui presta denaro in lire turche a breve termine alle banche locali, ricevendo in cambio depositi in valuta straniera a garanzia. Questi vengono conteggiati proprio tra le riserve, pur non essendo nei fatti nella disponibilità dell’istituto, se non per pochi giorni. E la crisi di credibilità appare ancora più grave, se si pensa che alla fine di marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative, su ordine del governo sia stato impedito alle banche di offrire lire a controparti estere, così che queste non avrebbero avuto modo di chiudere le posizioni ribassiste sul cambio. Un segnale di avvertimento inviato da Erdogan alla finanza straniera, accusata di portare avanti contro la Turchia un’opera di “terrorismo economico”.

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