Grecia: un default annunciato che non arriva mai

Prosegue tra alti e bassi il risiko ellenico.

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Prosegue tra alti e bassi il risiko ellenico.

Ormai la Grecia è diventata un parafulmine buono per ogni occasione. Bernanke, l’altro giorno, ha messo sull’avviso che un default greco avrebbe provocato una catastrofe maggiore rispetto a quella avvenuta per Lehmann. Dall’Europa gli hanno fatto eco che mai, e poi mai, si potrà avverare un simile scenario. Intanto noi abbiamo visto che giovedì e venerdì la pressione è aumentata, con le banche italiane esposte ai venti speculativi. Una prima brezza di una possibile tempesta. Ma tant’è che il balletto a base di “bastone e carota” è continuato ad andare avanti. Default Germania – Il default è un tema che si agita spesso, ma chi fa la voce grossa non ha nulla da insegnare agli ellenici in fatto di correttezza e probità. Parlo della Germania, la nazione che ha registrato almeno due default e mezzo nel corso dell’ultimo secolo. Il primo, più famoso, avvenne durante la Repubblica di Weimar quando a seguito dei prestiti contratti per pagare le pesantissime riparazioni di guerra venne incrementato sensibilmente il debito pubblico. L’inflazione spaventosa e il “venerdì nero” di Wall Street contribuirono ad affossare la Germania. Nel 1931 la depressione raggiunse livelli mai visti ed il potere d’acquisto crollò drammaticamente: per spedire una cartolina ci solevano un milione di Deutsche Mark mentre per fare la spesa bisognava uscire con una valigia di banconote. La Germania dichiara così default sul proprio debito, sarà il prologo alla sciagura hitleriana. Il secondo crack avviene dopo la Seconda Guerra Mondiale, ancora sotto il peso degli oneri di guerra. Questa volta, però, gli Stati Uniti prendono la saggia decisione di accettare un “haircut” sui titoli che riducono il debito praticamente a zero, in un’operazione “accompagnata” che evita i disastri di Weimar. La rinascita tedesca, accompagnata dal piano Marshall, può aver inizio. L’industria si libera del fardello e la Germania Ovest rientra a pieno titolo nella costruzione della nuova Europa comunitaria che prenderà l’avvio da lì a poco. L’ultimo, meno conosciuto, è molto più recente. Nel 1990 l’allora Cancelliere Helmut Kohl ha disconosciuto il debito legato alle clausole dell’accordo del 1953 che prevedeva, in caso di riunificazione tedesca,  la continuazione del pagamento dei risarcimenti dovuti relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Parliamo ormai di somme svalutate e modeste, ma comunque rigettate. La Germania ha accettato di pagare solo i risarcimenti dovuti ai “lavoratori forzati” impiegati nelle fabbriche del Terzo Reich mentre i paesi occupati e saccheggiati (tra cui la Grecia) non hanno ottenuto un euro di risarcimento. La nascita della moneta unica, chiude definitivamente la questione. Quindi, prima di puntare sempre il dito contro la Grecia, meglio guardarsi gli scheletri nei propri armadi. Scenario politico attuale in Grecia – La tortuosa vicenda è proseguita in settimana con tutti gli attori globali sul palcoscenico.

Intanto, molto lentamente, gli assetti politici interni alla Grecia sono in movimento. Mentre tutti guardano con preoccupazione crescente alle possibili defezioni all’interno del partito di governo, all’opposizione di centrodestra i malumori serpeggiano neanche troppo velatamente. La scorsa settimana è stata sprecata un’occasione unica per formare un governo di coalizione per via dell’atteggiamento, a dir poco demagogico, del leader di “Nuova Democrazia” Antonis Samaras. Nonostante Papandreou abbia offerto su un piatto d’argento le proprie dimissioni per levare ogni ostacolo, Samaras poneva come pre-condizione alla nascita di un governo di unità nazionale la rinegoziazione degli impegni presi e l’avvio di un iter che avrebbe portato ad immediate elezioni politiche. Una presa di posizione assolutamente populista che avrebbe portato la Grecia direttamente nel baratro nel giro di pochi giorni. G. Papandreou ha preso la decisione di varare un solo rimpasto di governo per cercare di ridare slancio ad un esecutivo un pò logorato.
Il principale avvicendamento è stato fatto al Ministero delle Finanze con la sostituzione di Papaconstantinou (andato all’Ambiente) con Evangelios Venizelos: un “duro” ma di ampie vedute. La mossa è servita per ricompattare il Pasok che minacciava di lacerarsi nel dibattito interno, portando nell’esecutivo l’opposizione interna. La nuova compagine si è presentata in Parlamento ottenendo la fiducia di tutti i 155 deputati della maggioranza con 143 contrari e 2 assenti. Samaras ha dovuto incassare la sconfitta. Il giorno successivo, a Bruxelles nel corso della riunione dei partiti aderenti al PPE, ha cercato inutilmente di spiegare la sua posizione ai leader “fratelli” che non sono mai stati troppo teneri verso gli ellenici. La stessa Angela Merkel, rigettando le argomentazioni, lo ha invitato più volte ad assumere una posizione conciliante. Silvio Berlusconi, secondo quanto riferito, ha fatto eco ai malumori presenti nell’assise del PPE dicendogli che la sua non era una battaglia contro Papandreou ma contro l’intera UE, in quanto le decisioni fatte proprie dal Governo di Atene sono state imposte dalla Comunità Internazionale. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Nella giornata di venerdì un deputato di “Nuova Democrazia” ha fatto sapere, qualora servisse, avrebbe messo a disposizione il suo voto a favore dell’approvazione del programma di “Medio Termine”. Una piccola crepa, all’interno di un partito gestito malamente. Un ruolo importante lo potrebbe però giocare la piccola pattuglia composta dai cinque deputati di “Alleanza Democratica” guidati da Dora Bakoyannis, una costola uscita da Nuova Democrazia. Durante l’assise svoltasi questa settimana dei “Liberali e Democratici Europei” ha accolto le raccomandazioni che le venivano rivolte dagli altri partiti europei insieme ai quali “Alleanza Democratica” aderisce. Ha assicurato che ne discuterà nel fine settimana assieme ai propri parlamentari. Gli occhi sono dunque puntati su di lei e, con ogni probabilità, i deputati centristi voteranno a favore del piano, oppure si asterranno rendendo più agevole l’approvazione del pacchetto.
Più articolata la posizione del partito di destra Laos, guidato da Karatzaferis che chiede un governo di unità nazionale. Ma il tempo stringe e non c’è tempo per discuterne. Ritengo quindi che voterà contro insieme alle sinistre del KKE e di Syriza. Per tutte queste considerazioni, anche se le due voci dissidenti del Pasok non dovessero rientrare, ritengo ci sarebbe comunque la maggioranza in grado di far approvare in Parlamento la legge di “Medio Termine”. Anzi, non mi stupirei se dall’opposizione arrivasse qualche voto in più in grado di rendere più ampia la maggioranza. Del resto, lo stesso Papandreou rimane fiducioso sull’approvazione del pacchetto. Intanto ha incassato la fiducia ed il sostegno dell’intero Eurogruppo che si è impegnato al rilascio della “Quinta Tranche” assieme ad un nuovo piano di sostegno da 110 MLD (oltre ai miliardi rilasciati nel corso dell’ultimo anno) una volta che la legge di “Medio Termine” verrà fatta propria in modo definitivo dal Parlamento. “I nostri partner credono nella nostra coerenza – ha affermato Papandreou – abbiamo un percorso difficile davanti a noi, ma è preferibile al fallimento”. Attualmente il PASOK può contare su una maggioranza assoluta di 155 deputati su 300. Due di questi, come dicevo prima, hanno però espresso la loro contrarietà alle misure contenute nei disegni di legge, annunciando il voto contrario: Athanasiadis si è detto contrario alla privatizzazione della PPC, la compagnia che gestisce il servizio elettrico. Mentre Robopoulos si oppone alla stretta fiscale voluta da Venizelos per chiudere i buchi di bilancio che si sono aperti nel corso di quest’anno. Non sono voti assolutamente irrecuperabili, in questi giorni è stato condotto un pressing volto a far rientrare nei ranghi i due dissidenti. Papandreou, nel corso della conferenza stampa al termine della riunione dell’Eurogruppo, ha sottolineato inoltre che la Commissione Europea farà in modo di anticipare i pagamenti a favore della Grecia derivanti dai progetti che rientrano nella casistica dei “Fondi Strutturali”, al fine di promuovere crescita e posti di lavoro. Sono queste, in ultima analisi, le vere sfide che gli ellenici dovranno affrontare nei prossimi mesi. Un ritorno della crescita, con un PIL in salita, risolverebbe tantissimi problemi. La dimensione complessiva del pacchetto di salvataggio dipenderà dal numero di investitori privati che aderiranno al rollaggio volontario del debito. Ed è questa la questione che ci interessa più da vicino. In linea di massima sappiamo che il compito di contattare le singole banche è stato demandato al Ministero delle Finanze di ogni singolo paese europeo. Le risposte sono state, in linea di massima, positive. Rimangono però alcuni paletti da superare che riguardano le garanzie da rilasciare al momento dello swap. Diverse banche, specialmente quelle tedesche, avrebbero chiesto garanzie su beni materiali che passerebbero automaticamente in mano alle banche qualora venissero a cadere gli impegni presi. La controparte greca ha giudicato queste richieste come irricevibili. Credo, però, anche su questo punti ci possano essere ampi spazi di mediazione. Ad esempio sul “valore” da assegnare ai beni in garanzia. Le trattative rimangono sempre molto riservate anche intorno ai titoli interessati all’operazione di “rollaggio”. Sempre a livello personale ritengo che l’operazione sia da circoscrivere unicamente sulle scadenze tra il 2012 e il 2015, salvando quindi i titoli che scadono dal 2016 in avanti. Lo swap farebbe in modo di estendere le scadenze in avanti di 5 anni. Il flusso cedolare potrebbe essere rivisto, equiparandolo a quello richiesto dalla “troika”, attualmente intorno al 4,8%, ma suscettibile di essere rivisto al ribasso con l’approvazione del nuovo piano di “Medio Termine”. Teniamo presente che lo sforzo è richiesto, oltre alle banche europee, anche a quelle greche: si stima per il solo 2012 ci siano in scadenza, nei portafogli ellenici, circa 9 miliardi di euro. Tutte queste misure servono a dare tempo alla Grecia per riprendere fiato ed affrontare con più serenità le difficili sfide sul terreno più propriamente economico, anzichè finanziario, per dar modo ai processi di riforma di dispiegarsi per modernizzare il paese. Un compito ineludibile per ritornare ad essere più competitivi. Oltre operazioni più incisive, miranti a tagliare il debito, possono essere effettuate più avanti tramite piani di buy-back coordinati insieme al EFSF. La prossima settimana sarà lunga e faticosa …

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