La Fuga dei capitali verso la Svizzera

Il primo gennaio 2012 aumenteranno del 60% le tasse sugli interessi da investimenti. Tremonti fa scappare i risparmiatori italiani che tornano a depositare soldi nella vicina confederazione elvetica. I miliardi rientrati con lo scudo fiscale sono già spariti dalle banche italiane e altri ne usciranno ancora se non si farà un passo indietro. Banche preoccupate

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Il primo gennaio 2012 aumenteranno del 60% le tasse sugli interessi da investimenti. Tremonti fa scappare i risparmiatori italiani che tornano a depositare soldi nella vicina confederazione elvetica. I miliardi rientrati con lo scudo fiscale sono già spariti dalle banche italiane e altri ne usciranno ancora se non si farà un passo indietro. Banche preoccupate

Ormai la fuga di capitali italiani verso la Svizzera è una certezza, sia sotto forma di denaro vero e proprio, che come scelta difensiva a salvaguardia dei propri risparmi dall’aggressione del fisco. Il fenomeno è globale (la Svizzera ha sempre svolto un ruolo di rifugio di fronte alle crisi economiche e valutarie) ma per l’Italia è particolarmente accentuato in questo periodo di tensioni economiche e sfiducia nei confronti di una classe politica impotente a risolvere i problemi di un debito pubblico fra i più alti al mondo.

Così l’imminente innalzamento dell’aliquota sugli interessi da capitale al 20% (impropriamente detta tassa sulle rendite finanziarie per farla apparire come una cosa negativa) sta alimentando la preoccupazione di molti risparmiatori e investitori italiani che fra pochi mesi si vedranno decurtare dal fisco gli interessi in maturazione sui prodotti finanziari in portafoglio di un altro 7,5%. Ragion per cui si sono infittite al valico di Chiasso le code di auto di quelli che vanno a depositare i propri risparmi in Svizzera (è legale l’esportazione di valuta fino a 10.000 euro) anche nel timore di un accanimento del Ministro Tremonti (patrimoniale) nei confronti di chi ha accumulato negli anni, non senza sacrifici, depositi e si è costituito delle “rendite”, come se fossero i cattivi da bastonare e i responsabili del disastro delle finanze pubbliche. Dal 1 Gennaio 2012, infatti, gli interessi da prodotti finanziari, esclusi quelli derivanti da titoli di Stato e assimilati (per lo più in mano a banche e istituzionali esteri), verranno tassati con una maggiorazione del 60%. Una bella botta, se si pensa che molte famiglie, fedeli da tempo alle forme d’investimento proposte dalle proprie banche di fiducia (obbligazioni e fondi d’investimento), con quelle “rendite” ci arrotondano lo stipendio e la pensione o ci pagano gli studi ai figli. Alcuni, poi, che non hanno ancora maturato il diritto alla pensione o hanno perso il lavoro, riescono anche a tirare avanti. Un salasso, insomma, che giunge a ridosso di un periodo congiunturale del tutto inappropriato per far ingoiare ai risparmiatori e agli investitori un simile salasso e che ora interessa non solo i detentori di grandi patrimoni, ma anche il ceto medio, artigiani, commercianti, liberi professionisti, dirigenti, ecc.
  NON E’ COME NEL 1998 Alcuni osservatori hanno però fatto notare che l’aumento dell’imposta non avrà ripercussioni rilevanti, analogamente a quanto accadde nel lontano 1998, quando fu introdotta la tassazione delle rendite e dell’imposta sul capital gain al 12,50%. Ma qui si sbagliano. A quel tempo i generosi tassi d’interesse offerti dal mercato e la remunerazione dei conti correnti erano in grado di assorbire l’impatto dell’imposta introdotta. Inoltre, non era conveniente portare soldi in Svizzera essendo le banche elvetiche molto più care rispetto a quelle italiane, soprattutto per via del cambio penalizzante con la lira. Per cui all’estero c’erano solo fondi neri e denaro proveniente da attività illegali. Ora, però, le cose sono nettamente cambiate: c’è l’euro, i mercati sono in piena crisi, i risparmiatori in preda al panico, i tassi d’interesse ridotti all’osso e i rendimenti offerti dal mercato riescono a mala pena a coprire il tasso d’inflazione. Sicché la maggiorazione delle imposte sugli interessi erogati dagli strumenti finanziari inciderà in maniera preponderante al punto che la fuga (legale) di capitali verso la Svizzera sta allarmando le autorità di vigilanza e qualche emendamento alla manovra estiva a tal proposito è già stato presentato. Non solo, il costo dei conti correnti svizzeri adesso è simile a quello delle banche italiane e in alcuni casi anche più conveniente se si considera che le imposte di bollo sui dossier e sui conti delle banche elvetiche non si pagano. Sicché la fuga di capitali verso la Svizzera sta diventando un fenomeno di massa avvantaggiato anche dalle numerose informazioni che si possono reperire su internet.   I TEDESCHI CORRONO AI RIPARI: L’ACCORDO GERMANIA SVIZZERA E che l’attenzione dei governi europei sia preoccupante lo si è appreso recentemente dall’accordo stretto dalla Germania con la Svizzera che prevede a partire dal 2013 l’applicazione di una tassa di poco superiore al 26%, equivalente a quella tedesca, ai capitali dei residenti nascosti presso banche elvetiche in cambio dell’anonimato. Una misura tampone volta ad arginare il fenomeno della fuga di capitali, ma che non servirà a niente – dicono gli esperti – finché i governi europei non comprenderanno che la tassazione degli interessi (diversa, ben inteso, dall’imposta sul capital gain) va abolita perché sottrae importanti risorse al sistema creditizio e non può essere tenuta in piedi se prima non vengono soppressi i paradisi fiscali o quantomeno non venga introdotta una politica fiscale comune in Europa, come ha auspicato anche il governatore della BCE Trichet. Dall’Italia è stata avvertita solo l’urgenza di sbagliare come stanno sbagliando in tutta Europa, nella stessa misura, sostenendo che occorreva armonizzare la tassazione sulle rendite con gli altri paesi europei, non accorgendosi che il nostro paese ha le finanze pubbliche sconquassate e non è proprio il momento di intervenire facendo cassa su questo fronte. Così i più informati sono corsi ai ripari aprendo conti nella vicina Confederazione, le cui banche sono in grado di offrire particolari forme di investimento e prodotti i cui interessi non sono soggetti a imposizione fiscale e per i quali non vi è l’obbligo di applicare l’euroritenuta al 35%. A Lugano si svolgono addirittura seminari e incontri che spiegano ai potenziali clienti quali sono i vantaggi che si possono ottenere depositano somme di denaro presso banche svizzere. I soli interessi erogati sui conti correnti, ad esempio, se corrisposti annualmente, sono al netto di imposte e non soggetti ad euroritenuta. Resta solo in capo al contribuente l’obbligo di dichiarare al fisco italiano la presenza di capitali legalmente detenuti all’estero (quadro RW modello Unico) ed eventualmente pagare le imposte sugli interessi percepiti da investimenti in strumenti finanziari secondo il sistema dichiarativo italiano. Cosa che avrebbe comunque il vantaggio di versare le tasse dovute solo alla fine dell’anno e non con un prelievo diretto alla fonte.   SISTEMA BANCARIO IN CRISI Il fenomeno della migrazione di capitali verso la Svizzera è sotto costante monitoraggio dell’Ufficio Italiano Cambi e delle autorità ministeriali di Tremonti, ma non sembra preoccupare il Parlamento, alle prese più con problemi di ordine politico che economico.
Preoccupa invece le banche italiane che assistono quotidianamente a un alleggerimento dei conti dei clienti, al punto che la costante fuga di capitali privati rappresenta adesso un rischio cruciale per gli istituti di credito. Molti di questi, addirittura, verso la fine degli anni ’90 (in coincidenza con l’introduzione della tassazione delle rendite finanziarie al 12,50%) temendo una massiccia fuga di capitali, avevano aperto filiali a Lugano nel tentativo di raccogliere oltre confine ciò che stava fuoriuscendo dall’Italia. Erano stati lungimiranti. Anche il governatore della Banca d’Italia Draghi, intervenuto in una recente conferenza dell’ABI, ha sollecitato in questo senso il governo a evitare di introdurre nuove tasse premendo di più sui tagli alla spesa per non danneggiare il risparmio delle famiglie e salvaguardare il patrimonio bancario. Non sono mancate critiche alla manovra nemmeno al recente Workshop Ambrosetti dove alcuni banchieri italiani hanno espresso più di qualche perplessità sul fatto che il governo riuscirà a centrare gli obiettivi prefissati con l’aumento della tassazione sulle rendite e dell’imposta sul capital gain al 20%, anche per effetto della fuga in massa verso la Svizzera. Non vi sono statistiche a riguardo, però pare che l’equivalente dei capitali rientrati in Italia con lo scudo fiscale del 2009 (95 miliardi di euro) sia già migrato oltre confine e altrettanto – temono i banchieri – sparirà dalle banche italiane nei prossimi mesi se l’imposta non verrà corretta o stralciata perché toglierà linfa vitale al sistema creditizio italiano alle prese con grossi problemi di liquidità vanificando i recenti aumenti di capitale varati dalle banche italiane.

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