Fondi PIR compliant: rendimenti stellari, ma questi investimenti non sono per tutti

Tra PIR e Nuovi PIR alternativi c'è confusione tra i risparmiatori e il boom dei rendimenti può fare sottovalutare i rischi

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Nuovi PIR alternativi 2021

Il 2021 è l’anno dei Nuovi PIR alternativi, una denominazione che non tutti ancora hanno compreso. I fondi PIR compliant, cioè che soddisfano i requisiti normativi richiesti, ammontano a quasi 150. Hanno tutti una vita breve, dato che questa nuova forma di investimento fu introdotta dal legislatore solo nel 2017. In cosa consiste? I PIR sono Piani Individuali di Risparmio, il cui obiettivo consiste nel sostenere gli investimenti a favore dell’economia reale italiana e, in particolare, delle piccole e medie imprese.

I fondi PIR devono investire almeno il 70% dell’attivo in Italia e per non meno dei due terzi dell’anno solare. Di questo 70%, il 30% deve essere impiegato per l’acquisto di strumenti finanziari emessi da società diverse da quelle quotate nell’indice FTSE MIB. Con i nuovi PIR alternativi, si pongono alcune condizioni ulteriori: il 5% del 70% deve essere investito in strumenti emessi da società diverse dagli indici FTSE MIB e FTSE MID CAP. Inoltre, la soglia di concentrazione per gli investimenti raddoppia dal 10% al 20%. Infine, a partire da quest’anno il legislatore riconosce sugli investimenti un credito d’imposta fino al 20% del valore del capitale sulle minusvalenze accusate durante il 2021.

In sostanza, le norme puntano a favorire al massimo gli investimenti nei fondi PIR. Grazie al rimbalzo degli indici nell’ultimo anno, i risultati si stanno intravedendo. I primi sei fondi PIR per rendimento hanno offerto risultati superiori al 50% negli ultimi 12 mesi, mentre bisogna scendere alla 33-esima posizione per trovare risultati inferiori al 40%. In effetti, il MID CAP segna +47% nell’anno, più del +35% messo a segno dall’FTSE MIB. Da inizio anno, poi, l’indice Small CAP di Borsa Italiana segna un rialzo di oltre il 18%.

I PIR esentano l’investitore dalle imposte sulle plusvalenze, a patto che detenga l’investimento per almeno 5 anni. Insomma, difficile non buttarci l’occhio. Eppure, i fondi PIR presentano un profilo di rischio non basso. Anzitutto, perché concentrano il portafoglio sul piano geografico e su un solo Paese: l’Italia. Non è mai saggio per un fondo concentrare gli investimenti per settore, geografia e gruppi societari. A maggior ragione, se si parla di mercato azionario italiano. Rispetto al 2007, viaggia ancora su valori non superiori al 60%.

Altro aspetto molto rischioso dei fondi PIR riguarda la scarsa liquidità delle società oggetto degli investimenti. Fuori dall’indice principale, le dimensioni delle imprese si abbassano considerevolmente. Le IPO mediamente si attestano intorno a una decina di milioni di euro, pur raddoppiando gli importi raccolti grazie ai PIR. Le negoziazioni sono rarefatte e compravendere diventa più complicato. Se a questo aggiungiamo che proprio i PIR stiano facendo affluire miliardi di capitali su questi indici minori, ecco che capiamo quanto il rischio di investire in asset illiquidi s’impenni. E pensate che con i PIR alternativi il 5% del capitale debba essere investito anche all’infuori dell’FTSE MID CAP, cioè sugli indici per le società di minori dimensioni. A meno di non (potere) possedere un orizzonte temporale lungo, meglio lasciare che siano gli investitori istituzionali ad esternare il loro spirito patrio.

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