Fondi: finito eldorado raccolta; Sgr devono rinnovare offerta

Anche luglio, secondo Assogestioni, la raccolta si è chiusa in rosso (-483 milioni di euro), dopo i -579 milioni usciti a giugno e i -6,91 miliardi di maggio

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Anche luglio, secondo Assogestioni, la raccolta si è chiusa in rosso (-483 milioni di euro), dopo i -579 milioni usciti a giugno e i -6,91 miliardi di maggio

La necessità è la madre di buona parte delle invenzioni. Con la raccolta fondi che in Europa continua a prosciugarsi mentre il mercato sta entrando in una fase di maggiore volatilità e più bassi rendimenti attesi, le società di gestione devono darsi da fare per continuare a collocare i propri prodotti in un’industria che fino a poco tempo è stata ricca di soddisfazioni, ma ora sta rallentando. In Europa luglio è stato il terzo mese di seguito in negativo per la raccolta fondi (-5 miliardi di euro, dati Thomson Reuters Lipper), dopo 16 mesi positivi. E l’Italia è stato il secondo Paese che ha contribuito di più a portare la raccolta in territorio negativo (soltanto il Regno Unito ha fatto peggio con -2,9 miliardi di deflussi).

Nel Paese – scrive Milano Finanza – anche luglio, rileva l’ultimo mensile di Assogestioni, si è chiuso in rosso (-483 milioni di euro), dopo i -579 milioni usciti a giugno e i -6,91 miliardi di maggio. Il totale da inizio anno è ancora positivo per 9,3 miliardi, ma è ben al di sotto i 67 miliardi dello stesso periodo del 2017 (un dato migliore rispetto alla raccolta dell’intero 2016). Nei fondi sono confluiti da gennaio 9,5 miliardi, mentre le gestioni mostrano un dato negativo (-219 milioni). Ma in luglio i fondi sono finiti in rosso (-1,08 miliardi). «I dati di raccolta dei fondi comuni italiani a luglio mostrano una battuta d’arresto che giunge al termine di un periodo d’oro per questi prodotti finanziari, con 23 trimestri sugli ultimi 24 di raccolta positiva e un patrimonio gestito che sullo stesso periodo è sostanzialmente raddoppiato, superando i mille miliardi di euro. Una vera riscoperta da parte dei risparmiatori di un veicolo d’investimento efficiente e trasparente nei costi e nei risultati, facilmente sottoscrivibile e disinvestibile, che ben si presta a comparazioni e confronti immediati», osserva Marco Bonifacio, risk manager di Zenit sgr.

A collocare sempre meno fondi sono gli sportelli delle banche. Come confermano le statistiche di Assoreti, l’associazione delle reti di consulenti finanziari. Da questi dati emerge che la raccolta netta di luglio delle reti sui fondi aperti è stata pari a 707 milioni di euro, valore che si confronta con i disinvestimenti netti realizzati nel complesso dagli altri canali distributivi, quindi le filiali, pari a circa -1,8 miliardi dal momento che, come si accennava, luglio si è chiuso in base ai dati Assogestioni, con un rosso sui fondi di 1,08 miliardi. E da inizio anno l’apporto delle reti sale così a 8,8 miliardi e rappresenta ben il 98% degli investimenti netti complessivi realizzati sui fondi aperti (8,9 miliardi, sempre in base ai dati Assogestioni). Le banche italiane quindi privilegiano in questa fase altri prodotti da collocare allo sportello e hanno lasciato alle reti il mercato dei fondi. Che vede oggi un interesse crescente da parte delle società di gestione estere le quali continuano a investire in Italia affidandosi per il collocamento dei propri prodotti proprio ai consulenti finanziari delle reti. Ad esempio nei giorni scorsi ha aperto una filiale a Milano Tcw, asset manager di Los Angeles, con più di quarant’anni di esperienza negli investimenti e circa 200 miliardi di dollari di patrimonio in gestione. L’apertura della branch segna un nuovo passo nel percorso di sviluppo sul mercato italiano, iniziato a fine 2015. L’asset manager si è rivolto, in un primo momento, soltanto agli investitori istituzionali, si è poi avvicinato al mondo delle gestioni patrimoniali e delle unit linked, arrivando a stipulare due accordi di distribuzione con CheBanca! e Finecobank .

Invece le principali sgr italiane che sono ancora nelle mani delle banche fanno più fatica a raccogliere, dal momento che l’interesse degli istituti di credito che le controllano in questa fase appare sempre più rivolto al comparto assicurativo, tra polizze vita o prodotti danni. D’altra parte l’andamento incerto dei mercati, dopo anni di abbondante liquidità fornita da Qe della Bce, pone nuove incognite e rende più facile fare consulenza su prodotti che non risentono dell’andamento dei mercati come quelli assicurativi.

Ma per chi ha nei fondi il proprio business principale il dovere è restare competitivi, man mano che il mercato entra in un’era di bassi rendimenti attesi e maggiore volatilità. “Con la progressiva riduzione della liquidità in circolo“, afferma Elisabetta Manuli, vicepresidente di Hedge Invest sgr, “si assisterà a un aumento della volatilità, che ora invece, dopo l’impennata nella prima parte dell’anno, è di nuovo vicina ai livelli pre-crisi del 2008“. In Italia, rileva l’indagine 2018 di Natixis Investment Managers sui consulenti finanziari, l’80% dei loro portafogli è focalizzato sulla gestione attiva. Gli intervistati affermano che le strategie passive, al contrario, sono utilizzate principalmente per le loro commissioni più basse (60,6%), lasciando agli investitori un falso senso di sicurezza riguardo agli investimenti passivi.

Dopo nove anni di crescita stabile, la volatilità è tornata sui mercati finanziari e gli investitori devono riacquistare il senso dell’incertezza. Navigare in contesti così difficili richiede la necessità di evitare decisioni di investimento emotive, ma soprattutto di adottare approcci attivi alla costruzione dei portafogli“, commenta Antonio Bottillo, managing director di Natixis Investment Managers Italia. D’altronde per tutti d’ora in poi sarà difficile ottenere rendimenti interessanti con portafogli tradizionali composti da bond e azioni. L’avvertimento lo lancia Karen Watkin, gestore di Alliance Bernstein per la quale bisogna aspettarsi tempi di magra per i portafogli di questo tipo. Le previsioni per i prossimi dieci anni stimano un netto ridimensionamento nei rendimenti di queste strategie rispetto a quanto fatto registrare negli ultimi cinque anni

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Argomenti: Macroeconomia