Fisco a caccia di evasori in Svizzera

Tempi duri per chi si accinge ad aprire conti in Svizzera. Il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti sta cercando un accordo con la vicina Confederazione per tassare gli interessi da capitale oltre confine nella stessa misura che in Italia. Ma la trattativa è difficile perchè i rapporti con Berna sono già molto tesi

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Tempi duri per chi si accinge ad aprire conti in Svizzera. Il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti sta cercando un accordo con la vicina Confederazione per tassare gli interessi da capitale oltre confine nella stessa misura che in Italia. Ma la trattativa è difficile perchè i rapporti con Berna sono già molto tesi

Evasione fiscale italiani in Svizzera: inizia nuova epoca? – La manovra finanziaria 2011 bis, o anche di ferragosto, appena approvata dal Parlamento sembra già insufficiente. Così il Ministero dell’Economia si è rimesso a studiare come fare a rastrellare altri soldi per far quadrare i conti in previsione del raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. E, fra le varie ipotesi, considerato che l’equivalente dei capitali rientrati lo scorso anno con lo scudo fiscale sono già tornati oltre confine (soprattutto in Svizzera) nel timore di una patrimoniale, Tremonti sta cercando un accordo con Berna per andare a tassare gli interessi degli italiani oltre confine.

Si stima che siano parcheggiati in Svizzera almeno 150 miliardi di euro, nascosti fra fiduciarie, società offshore, fondazioni, ecc. i cui beneficiari sono residenti in Italia e quindi soggetti all’imposizione fiscale italiana, di fatto evasori. Un bel gruzzolo, non c’è che dire, che farebbe comodo non solo all’erario in termini imponibili, ma anche al sistema bancario della penisola i cui depositi non si sono di certo rivalutati con la crisi in corso.

Imposizione alla fonte del 20%: ecco perchè evadere non sarebbe più conveniente? – Il fisco italiano – secondo i rumors – starebbe quindi trattando già da giorni con le autorità svizzere la possibilità di introdurre per i residenti italiani che detengono conti più o meno nascosti fra le valli alpine , un’imposizione alla fonte del 20% sugli interessi percepiti (la stessa che sarà applicata in Italia) a partire dal 2013, sulla falsariga di quanto già stipulato dalla Confederazione con Germania e Gran Bretagna (e prossimamente anche con la Francia) nel totale rispetto del segreto bancario svizzero. In pratica, grazie a un simile accordo, al cittadino italiano non converrà più portare soldi in Svizzera per sfuggire alla tagliola del fisco sulle rendite finanziarie, poiché le banche elvetiche si dovranno comportare esattamente come quelle italiane sotto questo punto di di vista svolgendo il ruolo di sostituto di imposta per conto del fisco italiano con un prelievo diretto alla fonte. L’accordo supererebbe così anche la tanto criticata euroritenuta (eludibile per alcune tipologie di investimento proposte dalle banche svizzere) che prevede la conservazione dell’anonimato in cambio di un prelievo sugli interessi maturati alla fine di ogni anno del 35%, ma che – a conti fatti – garantisce un introito alle casse dell’erario inferiore al dovuto poiché parte di quelle tasse viene trattenuta dalla Svizzera.

 Chi, invece, volesse rimpatriare capitali detenuti nella Confederazione e mai dichiarati (quadro RW modello Unico) potrà farlo pagando una penale del 25% per garantirsi l’anonimato, cinque volte tanto quella versata dagli evasori nel 2009 aderendo allo scudo fiscale. Una misura che sarebbe in linea con quella già adottata da Germania e Gran Bretagna per il rimpatrio di fondi neri.

 

MA FRA ROMA E BERNA NON CORRE BUON SANGUE
Tuttavia l’accordo per perfezionarsi e quindi diventare operativo attraverso una legge confederale deve prevedere necessariamente qualcosa in cambio ai valligiani. La Germania e la Gran Bretagna, ad esempio, hanno offerto alla Svizzera la possibilità di accedere gratuitamente ai loro mercati finanziari e alle piattaforme che regolano gli scambi di borsa, fra le più importanti al mondo. Un punto sicuramente a favore per le banche elvetiche costrette da sempre a pagare il “pedaggio” con costi che ricadono spesso sulle singole operazioni effettuate dalla clientela. Ma l’Italia cosa potrebbe offrire in tal senso? E questo è il punto, perché l’Italia non ha un’equivalente merce di scambio al pari dei tedeschi e degli inglesi, per cui l’accordo potrebbe anche non trovare una facile soluzione.

L’intesa Roma Berna passa dall’Accordo Italia Svizzera frontalieri del 1974? – Tuttavia, qualcosa da sistemare con gli svizzeri c’è. Resta infatti ancora aperta la spinosa questione sollevata di recente dalle autorità italiane sulle imposte prelevate dal fisco svizzero alle buste paga dei lavoratori italiani frontalieri di cui si è parlato molto alcuni mesi fa. La Svizzera, allora, aveva deliberato di non versare il 50% delle imposte prelevate dalle buste paga dei lavoratori italiani frontalieri che dovrebbero essere girate all’Italia in virtù di un trattato risalente al 1974.

A conti fatti si tratta di uno “scippo” di decine di milioni di euro che rischia di mettere in seria difficoltà una serie di amministrazioni pubbliche distribuite tra la province di Varese, Como, Sondrio e Verbania e che contano sulle rimesse fiscali dalla Svizzera per far quadrare i loro bilanci. L’Italia, in proposito, sta studiando un ricorso internazionale e potrebbe creare seri problemi legali e di immagine alla Svizzera già al centro di polemiche su questioni che riguardano i contratti di lavoro per i frontalieri italiani dopo l’apprezzamento vertiginoso del franco sull’euro. Sicché è possibile che le tensioni fra Roma e Berna potrebbero smorzarsi esattamente su questo punto rimasto ancora insoluto: da un lato l’Italia potrebbe rinunciare ad azioni legali e al recupero dei contributi, togliendo anche la Svizzera dai paesi della black list, in cambio dell’accordo sulla tassazione delle rendite ai clienti italiani.

 

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