Fine del PEPP e aumento del QE, la BCE pensa al dopo Covid

Dopo il PEPP ci sarà un aumento delle dimensioni del "quantitative easing"? Il board già ne discute, ma l'accordo per ora non c'è.

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Fine del PEPP, e poi?

Il governatore centrale dell’Estonia, Madis Muller, conferma le voci che si susseguono ormai da settimane, secondo cui la BCE avrebbe intenzione di porre fine al PEPP, il programma monetario nato per contrastare gli effetti del Covid sui mercati. La sua scadenza è stata prorogata due volte e resta fissata ad oggi al 31 marzo 2022. Salvo una nuova recrudescenza della pandemia, tra sei mesi diremo addio agli acquisti straordinari dei bond iniziati dal marzo 2020.

Divergenze sulle stime BCE d’inflazione

Ma è lo stesso Muller ad ammettere che vi sarebbero rischi a carico degli stati dell’Eurozona più indebitati con la cessazione del PEPP. Per questo, ritiene che la BCE possa aumentare le dimensioni del “quantitative easing” (QE), il programma battezzato dall’allora governatore Mario Draghi a inizio 2015 e che al momento consiste in acquisti mensili per 20 miliardi di euro. Le indiscrezioni vorrebbero che l’entità del QE possa essere raddoppiata o finanche triplicata.

Muller non si sbilancia, chiarendo che non vi sia sul punto alcuna certezza. In sostanza, ancora manca un accordo. Lo si troverà certamente nei prossimi mesi, quando le condizioni dell’economia nell’Eurozona saranno più chiare. Da monitorare vi è l’andamento dell’inflazione, che dovrebbe raggiungere il picco a novembre, stando al vice-governatore Luis de Guindos. Muller crede, invece, che l’inflazione nei prossimi anni sarà un po’ più alta delle previsioni dell’istituto. Esse stimano un tasso all’1,7% nel 2022 e all’1,5% nel 2023. Per quest’anno, intravedono un 2,2%.

PEPP e QE, le differenze

E sempre l’estone avverte che trasferire la flessibilità del PEPP al QE non sarebbe probabilmente una buona idea, perché comporterebbe problemi di natura legale. A differenza del primo, gli acquisti ordinari possono essere condotti in relazione alle dimensioni economiche degli stati e con riferimento a titoli giudicati “investment grade” dalle agenzie di rating.

Inoltre, la BCE non può detenere più di un terzo del debito di uno stato. Tutti fattori che limitano l’operatività del programma nei casi in cui servisse concentrarsi a favore di un determinato mercato, come è accaduto in passato con lo spread dell’Italia.

Dunque, PEPP e QE non sono del tutto equivalenti. Francoforte ha all’attivo 1.375 miliardi di euro di bond con il primo e 3.055 miliardi con il secondo. Di questi, sono BTp rispettivamente per 220 e 427 miliardi. Questo significa che quasi un quarto dell’intero debito pubblico italiano sia ormai nelle mani dell’istituto. Nei mesi passati, gli acquisti mensili di BTp hanno ammontato a una media di 15 miliardi.

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