Effetto Trump: bond e lira in Turchia si riprendono, i rischi restano in agguato

Obbligazioni di stato e lira in Turchia in decisa ripresa nelle ultime sedute, grazie a una telefonata di Trump al collega Erdogan. E pesa positivamente anche il calo dell'inflazione a maggio.

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Obbligazioni di stato e lira in Turchia in decisa ripresa nelle ultime sedute, grazie a una telefonata di Trump al collega Erdogan. E pesa positivamente anche il calo dell'inflazione a maggio.

E’ bastata una telefonata tra il presidente Donald Trump e il collega turco Recep Tayyip Erdogan per distendere un po’ gli animi sui mercati. La scorsa settimana, i due si sono sentiti al telefono per parlare del piano di Ankara di acquistare missili S-400 dalla Russia, nonostante la Turchia sia un membro della NATO e Mosca sia sotto embargo. Il colloquio sarebbe stato fruttuoso, perché almeno le due parti sembrano avere iniziato a riparlarsi dopo mesi di tensioni politiche.

A giovarsene sono stati i titoli di stato turchi, i cui rendimenti sono di molto scesi dalla telefonata. I decennali offrono al momento il 18,12%, 80 punti base in meno da allora, mentre i biennali sono crollati al 22,71%, perdendo 174 bp. Bene anche la lira, che si è rafforzata contro il dollaro del 3%, attestandosi a un tasso di cambio di 5,82-3, pur in calo dell’8,5% quest’anno.

Alla Turchia serve come l’aria un po’ di serenità con l’America, perché solo così può sperare di riguadagnarsi la fiducia degli investitori stranieri, da tempo timorosi dell’escalation verbale con la superpotenza mondiale, nonché dei numerosi atti indisponenti del governo di Ankara nell’ambito economico. Non è tutto. A maggio, l’indice dei prezzi al consumo ha segnato un rialzo annuale del 18,7%, giù dal 19,5% di aprile, accrescendo le prospettive di un taglio dei tassi da parte della banca centrale.

I tassi sono fermi da mesi al 24% e non è un mistero che Erdogan voglia che vengano tagliati per stimolare l’economia, in recessione. Tuttavia, se il governatore Murat Cetinkaya cedesse alle pressioni politiche e abbassasse il costo del denaro indipendentemente dai dati sull’inflazione, sarebbe percepito come un passo falso dai mercati, la prova che l’istituto abbia perso la sua indipendenza decisionale. La decelerazione dell’inflazione a maggio salverebbe capre e cavoli, accontentando le richieste di Erdogan, ma senza formalmente che ciò metta in discussione l’indipendenza di Cetinkaya.

Così la Turchia sta lentamente imponendo controlli sui capitali, che fuggono

Restano le tensioni nel breve

Le tensioni non sono destinate a spegnersi nel breve.

Il 23 giugno si rivota per eleggere il sindaco di Istanbul, dopo che il risultato di fine marzo aveva assegnato la vittoria all’opposizione repubblicana, ma è stato annullato dalla Suprema Corte Elettorale su istanza del partito del presidente. C’è da scommettere che almeno fino ad allora sui mercati la volatilità la farà da padrona e anche successivamente a tale data, nel caso in cui gli schieramenti politici non riconoscessero il risultato.

Il tracollo dei rendimenti a 2 anni segnala che gli investitori si aspetterebbero un taglio dei tassi imminente, magari nell’ordine di circa 100 bp o 1%. Se ciò avvenisse, compatibilmente con l’andamento dell’inflazione, aprirebbe un ciclo espansivo per la politica monetaria turca, un fatto che andrebbe a beneficio dei bond, sebbene la debolezza del cambio freni gli investimenti esteri. Alle banche locali, comunque, è stato chiesto dal governo di acquistare più obbligazioni di stato e chissà che la risposta non sia già arrivata in queste ultime sedute.

Una cosa è certa: essendo un’economia importatrice di energia, la Turchia trae giovamento dal crollo delle quotazioni petrolifere a 61 dollari, quando a metà maggio stavano sopra i 75, impattando positivamente sia sui prezzi che sui saldi commerciali. E sempre a maggio, le esportazioni hanno toccato il record mensile di 16,8 miliardi di dollari, 1,7 in meno delle importazioni, ma segnando un deciso miglioramento rispetto al deficit commerciale di 8,1 miliardi di un anno prima. E una bilancia commerciale tendente all’equilibrio farebbe bene alla lira turca, con ripercussioni positive anche per i bond.

La crisi in Turchia si aggrava e riguarda l’Europa da vicino, lira al collasso

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