Ecco perché l’inversione della curva dei rendimenti USA fa paura al mercato

La curva dei titoli di stato americani si è invertita nel tratto tra 2 e 10 anni, cioè il rendimento decennale è sceso sotto quello biennale. Al mercato ha fatto paura e ha reagito con un tonfo. Ecco perché.

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La curva dei titoli di stato americani si è invertita nel tratto tra 2 e 10 anni, cioè il rendimento decennale è sceso sotto quello biennale. Al mercato ha fatto paura e ha reagito con un tonfo. Ecco perché.

Ha fatto molta impressione l’inversione della curva delle scadenze, verificatasi mercoledì scorso negli USA per il tratto a 2 e 10 anni. Il Treasury decennale è sceso di rendimento per un po’ al di sotto di quello a 2 anni, risalendo successivamente. Non accadeva dal 2007. Il mercato ha reagito con un tonfo: l’indice Dow Jones ha perso il 3%. La curva dei Treasuries, a dire il vero, risulta da tempo invertita per la gran parte delle scadenze.

A marzo, il rendimento trentennale era sceso sotto quello a 3 mesi. Anche quel dato aveva diffuso timori sullo stato di salute dell’economia americana, ma gli investitori avevano tirato il fiato fino a verificare la tanto attesa inversione nel tratto tra 10 e 2 anni, verificatasi in area 1,55%. Perché?

Inversione curva USA, quanto è vicina la recessione? 

Le ultime quattro recessioni vissute dagli USA sono state tutte precedute dall’inversione della curva nel suddetto tratto. Fu così nel 2007, ma anche alla fine degli anni Novanta, alla fine e agli inizi degli anni Ottanta. Guarda caso, alcuni mesi dopo che l’evento si verificò, l’economia americana cadde in recessione. Semplice coincidenza, causa o segnale? Gli analisti non sanno fornire una vera risposta, ma sappiamo alcune cose che ci portano a fare qualche conclusione sul tema.

Perché la curva invertita spaventa

Per prima cosa, che i rendimenti a lungo viaggino su livelli inferiori a quelli a breve non è considerato salutare per il mercato del credito, in quanto le banche sono solite prestare denaro a lungo e prenderlo in prestito a breve termine. Ne consegue che quando il costo legato alla raccolta dei capitali supera o anche solo eguaglia quello che verrà fatto pagare alla clientela per ottenere denaro, viene meno l’impulso a erogare credito, deprimendo investimenti e consumi, mandando in malora l’economia.

Si consideri, poi, che i rendimenti a breve sono legati alla politica monetaria, mentre quelli medio-lunghi risentono perlopiù delle aspettative d’inflazione, a loro volta dipendenti dallo stato di salute percepito dell’economia. Quando i primi superano i secondi, evidentemente il mercato si attende che la Federal Reserve terrà i tassi in misura insufficiente a garantire la stabilità dei prezzi, cioè segnalerebbe scetticismo sulla capacità di arginare la crisi.

Se scontasse tassi molto più bassi, i rendimenti a breve scenderebbero e quelli a lungo salirebbero per il semplice fatto che si surriscalderebbero le aspettative d’inflazione.

E ancora: rendimenti a breve superiori a quelli a lungo sconterebbero un imminente taglio dei tassi. Il mercato acquisterebbe bond a lungo termine per approfittare dei rendimenti generosi offerti (ancora per poco), mentre venderebbero quelli a breve. Ma il solo fatto che si prevede che la politica monetaria venga allentata sarebbe l’indizio di previsioni negative sull’economia americana.

Perché la BCE dovrà evitare a tutti i costi l’inversione della curva delle scadenze?

E se non sarà recessione?

Detto questo, bisogna anche evitare di esagerare la portata dell’accaduto. James Bullard, membro del board della Fed, ha dichiarato che “solo un’inversione prolungata della curva segnalerebbe recessione”. E ad oggi, questo non è avvenuto. Inoltre, il taglio dei tassi atteso non è detto che debba necessariamente coincidere con una crisi dell’economia, sebbene quella americana stia effettivamente rallentando dopo la corsa degli ultimi anni. Viviamo in tempi molto particolari, in cui i tassi d’inflazione restano bassi ovunque presso le principali economie, anche quando esse crescono a ritmi moderati e centrano l’obiettivo della piena occupazione.

Anzi, l’amministrazione Trump sta spingendo in maniera piuttosto pubblica ad ottenere dalla Fed un abbassamento drastico del costo del denaro, così da evitare sul nascere la recessione. L’istituto non può seguire pedissequamente i desiderata della Casa Bianca, ma nei fatti la direzione è stata avviata. E se riuscisse ad allentare la politica monetaria per renderla più idonea a sostenere la crescita ultra-decennale dell’America, non possiamo escludere che la recessione venga davvero evitata.

Il piano di Trump per evitare la recessione

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