Ecco perché forse non rivedremo mai più rendimenti obbligazionari alti

I rendimenti negativi sono arrivati anche in Corea del Sud e Cina. I rispettivi governi sono stati in grado di emettere bond senza sostenere alcun costo, ma venendo pagati dai creditori, ponendo fine a una prerogativa che ad oggi era stata di Europa e Giappone. In settimana, persino il Laos è stato capace di rifinanziarsi […]

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Rendimenti bassi per sempre?

I rendimenti negativi sono arrivati anche in Corea del Sud e Cina. I rispettivi governi sono stati in grado di emettere bond senza sostenere alcun costo, ma venendo pagati dai creditori, ponendo fine a una prerogativa che ad oggi era stata di Europa e Giappone. In settimana, persino il Laos è stato capace di rifinanziarsi sui mercati internazionali con un’emissione in dollari. Parliamo di un emittente valutato dalle agenzie di rating al limite del default: CCC per Fitch, Caa2 per Moody’s. Nelle settimane passate, il Perù ha emesso un bond in dollari a 100 anni con il più basso rendimento sinora esitato su questa scadenza per un’economia emergente: 3,30%.

Tranne rare eccezioni, tutti i governi stanno riuscendo a indebitarsi ormai a costi calanti, lo stesso dicasi per il settore corporate. E questo, malgrado il boom delle emissioni legato alla peggiore crisi globale dal 1929. Non è stato neppure un anno positivo sul fronte dell’ottemperanza alle scadenze, essendosi registrati ben sei default, tra cui quelli di Argentina, Libano, Ecuador e Zambia. Nei giorni scorsi, però, è stato toccato un ennesimo record sul mercato obbligazionario globale: titoli per 18 mila miliardi di dollari di valore hanno offerto rendimenti negativi.

2020 anno nero per i default e quello dello Zambia ci riguarda da vicino

Gli analisti ritengono che i rendimenti dei bond torneranno a salire già dal 2021, specie nel caso di reflazione. Tuttavia, sembra esservi ormai una diffusa convinzione che difficilmente rivedremo i livelli di rendimento precedenti al 2008, prima che la crisi finanziaria mondiale spingesse le banche centrali a varare programmi monetari straordinari, tra cui l’acquisto di assets sui mercati. E non solo perché i debiti pubblici nell’ultimo decennio sono esplosi e richiedono costi di rifinanziamento ben inferiori al passato per restare sostenibili, per cui le banche centrali non potranno a cuor leggero privare i governi del loro sostegno.

Ci sono diverse ragioni strutturali per credere che i bassi rendimenti saranno una tendenza di lungo periodo.

Le cause dei bassi rendimenti

In primis, l’inflazione. Da inizio anni Ottanta, non ha fatto che contrarsi nel mondo avanzato, in particolare. Pertanto, il mercato non sconta più significative variazioni dei prezzi futuri, ragione per cui si accontenta di rendimenti contenuti anche per le lunghe scadenze. La sconfitta dell’inflazione è dovuta a diversi fattori, tra cui la capacità delle banche centrali di rendersi piuttosto autonome dal potere politico, un discorso che al giorno d’oggi sembrerebbe paradossale, dato che gli istituti stanno nei fatti monetizzando i debiti sovrani per impedire conseguenze negative sul piano fiscale.

Ad avere contribuito decisamente a battere l’inflazione è stata la tecnologia. La sua applicazione diffusa consente di produrre a costi sempre più bassi, comprimendo i prezzi al consumo e sostenendo il risparmio. Tutto ciò va nella direzione di ridurre i rendimenti dei bond sia nominali che reali. Per non parlare della globalizzazione, che ha creato un unico mercato mondiale in cui le imprese si trovano costrette a competere. Ciò ha ridotto tra l’altro il potere negoziale dei sindacati, tenendo a bada la crescita salariale. I costi di produzione ridotti all’osso generano bassa inflazione. Nel frattempo, poi, l’invecchiamento demografico in tutto il mondo avanzato sta frenando da tempo la crescita dei consumi. Una popolazione sempre più anziana tende a spendere di meno e a risparmiare di più, con ciò aumentando la disponibilità del risparmio da impiegare negli investimenti.

Infine, le economie emergenti stanno crescendo da decenni a ritmi ben più veloci di quelle mature e ogni anno aumenta per ciò stesso la popolazione mondiale che vive nell’area del benessere. I maggiori redditi contribuiscono anch’essi a generare nuovo risparmio, a fronte di tassi d’indebitamento presso i mercati emergenti generalmente inferiori a quelli vigenti in Europa, Nord America e Giappone.

Tutti questi fattori stanno alimentando l’offerta dei capitali. Di conseguenza, il loro impiego sta innalzando i prezzi degli assets finanziari, riducendo i relativi rendimenti, che si tratti del rapporto tra dividendi e quotazioni azionarie o delle cedole fissate sui bond di nuova emissione. Difficilmente torneremo a incassare un 4-5% all’anno per un titolo del debito pubblico a 10 anni. Siamo entrati nell’era della “lowflation” e della corsa al rendimento, anche a costo di assumerci rischi crescenti. Il concetto stesso di portafoglio prudente è già cambiato.

Perché i bassi rendimenti dei bond nel mondo potrebbero restare bassi per sempre

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