Ecco i tre segnali che arrivano dal mercato dei Treasuries

I rendimenti dei titoli del debito americano sono implosi nelle ultime settimane e per la prima volta la curva è scesa interamente sotto l'1%. Vediamo quali segnali lanciano i Treasuries.

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I rendimenti dei titoli del debito americano sono implosi nelle ultime settimane e per la prima volta la curva è scesa interamente sotto l'1%. Vediamo quali segnali lanciano i Treasuries.

All’inizio di marzo, per la prima volta nella sua storia l’intera curva dei Treasuries è scesa sotto l’1%. Pur in risalita, i rendimenti restano bassissimi lungo le scadenze. Stamattina, il decennale offriva intorno allo 0,80%, il biennale si aggirava in area 0,30%. E il trentennale, che aveva aperto il 2020 al 2,36%, si attestava all’1,40%. Cosa ci segnala lo sgonfiamento della curva americana? Certamente, prezzi in rialzo lungo tutte le scadenze, frutto della maggiore domanda, alimentata dalla paura dei mercati per lo scenario che ci si presenta davanti. I Treasuries sono considerati beni rifugio, tramite i quali ripararsi da crisi e tensioni internazionali. Il loro rally diventa sempre la spia dell’avversione al rischio tra gli investitori, un segnale abbastanza negativo per borse ed economia globale.

E interessante è notare come la differenza tra Treasury a cedola fissa e Treasury legato all’inflazione sulla scadenza a 5 anni sia passata dall’1,68% di inizio anno, livelli mantenuti fino a un mese fa, a un minimo dello 0,16% di settimana scorsa, risalendo allo 0,73% odierno. Questo cosiddetto “breakeven” rispecchia le aspettative d’inflazione negli USA nel medio-lungo periodo. E, dunque, il mercato sta scontando una forte decelerazione nella crescita dei prezzi presso la prima economia mondiale, attesa meno dinamica.

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Infine, un aspetto sempre molto osservato della curva americana è la sua inclinazione, sinteticamente misurata dallo spread tra il Treasury a 10 anni e quello a 2 anni. Una curva delle scadenze ripida sarebbe indice di una condizione “ordinaria” dell’economia americana. In effetti, gli investitori pretendono generalmente rendimenti crescenti all’allungarsi delle scadenze, scontando fattori di rischio imprevisti nel lungo periodo come l’inflazione.

Se i rendimenti a breve fossero molto simili a quelli a lungo, due sarebbero le cose: o ci si aspetta una crisi imminente dell’economia, per cui si comprano relativamente più bond a lungo per ripararsi dai rischi attesi o si sta scontando un taglio dei tassi, ragione per cui conviene acquistare bond a lungo per approfittare del maggiore rendimento ancora per poco da questi offerto.

Curva meno appiattita

Nell’uno e nell’altro caso, una curva piatta anticiperebbe l’arrivo della recessione, in quanto lo stesso taglio dei tassi è tipico delle fasi di rallentamento o contrazione attesi dell’economia. Una curva invertita, poi, segnalerebbe quasi con certezza aspettative negative del mercato. A febbraio, lo spread 10/2 anni era sceso allo 0,12%, risalendo dopodiché fino a un massimo dello 0,68% toccato giovedì scorso e più che dimezzandosi da allora. Qual è il senso di questo movimento? In teoria, il mercato si aspetterebbe come meno probabile di alcune settimane fa una recessione dell’economia USA, magari confortato dall’azzeramento dei tassi nel frattempo varato dalla Federal Reserve.

Ma non sarebbe così. Essendo stati i tassi già portati a zero, non ci sarebbe più motivo per correre a riposizionarsi sulle scadenze lunghe. Ciò avrebbe allentato la pressione sui bond a breve. Inoltre, la Fed sta iniettando liquidità a pioggia per impedire che il mercato dei pagamenti s’inceppi e questo sta sostenendo proprio i Treasuries più corti. E c’è di più. L’amministrazione Trump sta varando maxi-stimoli monetari per 2.000 miliardi di dollari, quasi il 10% del pil USA.

Si tratta di un ulteriore indebitamento, che si tradurrà nell’aumento delle emissioni di titoli del Tesoro da qui ai prossimi mesi. In previsione di tanta abbondanza di offerta, il mercato starebbe pretendendo rendimenti più alti sulle scadenze medio-lunghe, ma non scontando un surriscaldamento dell’inflazione, le cui aspettative generalmente impattano più sui titoli più lunghi. E guardando ai “breakeven” di cui sopra, non emerge alcuna corsa all’acquisto dei TIPS, che sulla scadenza decennale rendono solamente una settantina di punti base in meno dell’omologo con cedola fissa.

 In generale, il mercato dei Treasuries segnala paura diffusa nel mondo, avversione al rischio. E sull’economia americana ci racconta un clima di preparazione alla crisi, che probabilmente è già in corso per effetto delle misure adottate contro l’emergenza Coronavirus.

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