Ecco i 3 segnali lanciati dal mercato dei Treasuries sullo sfondo della ‘guerra’ dei dazi

I Treasuries americani stanno lanciando segnali chiari al mercato, mentre divampano le tensioni commerciali tra USA e Cina. Vediamo quali.

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I Treasuries americani stanno lanciando segnali chiari al mercato, mentre divampano le tensioni commerciali tra USA e Cina. Vediamo quali.

Da oggi, gli USA imporranno sulle importazioni di prodotti cinesi per un controvalore annuo di 200 miliardi di dollari dazi al 25%, in netto aumento dal 10% sinora applicato. E il presidente Donald Trump ha minacciato di imporre la stessa tariffa su ulteriori beni per 325 miliardi di dollari ad oggi esentati, mantenendo al 10% quella su beni per circa 50 miliardi. Insomma, dalle parole ai fatti.

Eppure, lo stesso Trump non ha chiuso la porta al negoziato, sostenendo che i colloqui con la Cina andranno avanti, avendo ricevuto una “bella lettera” dall’omologo Xi Jinping. Molto improbabile che le aperture della Casa Bianca siano dovute all’intenerimento del presidente dinnanzi a qualche frase strappalacrime di Xi. Dietro, c’è ben altro. Cosa?

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L’annuncio-choc via Twitter di Trump di imminenti dazi contro la Cina, arrivato domenica scorsa, è certamente legato all’obiettivo di costringere Pechino a stringere sul negoziato, trattando da una posizione di debolezza. Tuttavia, i cinesi hanno anch’essi una qualche leva su Washington. Mercoledì, si è tenuta l’asta trimestrale del Tesoro americano, con emissioni di Treasuries a 10 anni per 27 miliardi di dollari. La domanda è stata di 2,17 volte superiore, il “bid-to-cover” ratio più basso dal 2009. Non che l’America abbia corso qualche rischio che l’asta andasse scoperta, ma ha preoccupato la carenza di investitori esteri diretti, i quali sono essenzialmente cinesi e giapponesi, rispettivamente primi e secondi creditori del debito di Zio Sam.

In pratica, così come aveva minacciato in passato, Pechino potrebbe avere appositamente disertato l’asta americana per inviare a Trump un messaggio: “se vai alla guerra sui dazi, il debito te lo finanzi da solo”. Il rischio era stato certamente messo in conto, ma ad ogni modo potrebbe non essere stato un caso la distensione dei toni da parte dell’America, anche perché ormai poco più di un terzo dei titoli emessi alle aste risulta acquistato da stranieri, una percentuale in netta discesa rispetto a quasi il 40% del 2017. Aldilà delle tensioni commerciali, la finanza estera starebbe scontando il deprezzamento atteso del dollaro nei prossimi anni, essendo il cambio americano arrivato a livelli abbastanza alti da tempo e restringendosi in futuro le distanze tra i tassi fissati dalla Federal Reserve e quelli delle altre principali banche centrali.

Più probabile un taglio dei tassi USA

A proposito, stando ai dati di CME Group, i due terzi esatti del mercato sconterebbe un taglio dei tassi entro il gennaio dell’anno prossimo, una percentuale in netta crescita nelle ultime sedute, segno che la “guerra” dei dazi USA-Cina starebbe spingendo verso aspettative più accomodanti in tema di politica monetaria, che poi è il vero obiettivo a breve che si porrebbe Trump. E non a caso, ieri la curva dei Treasury è tornata ad invertirsi per la prima volta da marzo nel tratto tra 3 mesi e 10 anni, rispecchiando possibili tensioni recessive entro la fine del 2020.

Treasury a fine corsa?

Le stesse aspettative d’inflazione a 5 anni si sono “raffreddate” ai minimi da fine marzo, scendendo all’attuale 1,74%, circa 13 punti base in meno dall’apice più recente, toccato il 23 aprile scorso. Cosa importante, giace nettamente sotto il 2%, il target d’inflazione della Fed e a cui questa intende ancorare le aspettative del mercato, monitorandole. A proposito, lo stesso decennale è sceso ai minimi da fine marzo al 2,44%, perdendo circa un decimo di punto percentuale in un mese. Cosa significa, in definitiva, tutto ciò? Gli investitori si attendono un taglio dei tassi più probabile per i prossimi mesi, a causa sia della debole congiuntura internazionale che dei timori per la stessa economia americana, specie adesso che l’impennata dei dazi è diventata realtà. E l’inflazione preoccupa sempre meno, pur in risalita al 2% in aprile, trainata dal boom delle quotazioni petrolifere nelle scorse settimane.

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