Ecco come la Fed finirebbe per azzerare gli spread nell’Eurozona, l’ipotesi allo studio

Il controllo della curva dei tassi d'interesse potrebbe diventare un obiettivo esplicito di politica monetaria per la Federal Reserve, alla prossima crisi. E avrebbe effetti dirompenti sull'Eurozona.

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Il controllo della curva dei tassi d'interesse potrebbe diventare un obiettivo esplicito di politica monetaria per la Federal Reserve, alla prossima crisi. E avrebbe effetti dirompenti sull'Eurozona.

Dopo il 2008, nulla è come prima. Le banche centrali hanno iniziato a navigare in acque prima inesplorate, introducendo misure di politica monetaria non ortodosse, tra cui principalmente il “quantitative easing”. Sui risultati si può dibattere, ma sta emergendo la sensazione che quella che sembrava essere una fase eccezionale stia per trasformarsi in qualcosa di permanente. Ieri, uno degli alti funzionari della Federal Reserve, la governatrice Lael Brainard, ha dichiarato che alla prossima crisi, l’istituto dovrebbe porsi un target sui tassi a più lungo termine.

La sua idea sarebbe la seguente: i tassi a breve sono controllati di fatto dalle azioni di politica monetaria. Una volta che questi siano stati azzerati, la Fed dovrebbe spostarsi sulle scadenze più lunghe, iniziando da quella a 1 anno e successivamente a 2 anni, etc., ponendosi come obiettivo il raggiungimento di un tasso d’interesse di riferimento.

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L’approccio non sarebbe del tutto originale. Nel 2016, la Banca del Giappone ha spostato la sua azione da una politica solamente “quantitativa” a una “quali-quantitativa”, annunciando che avrebbe perseguito l’obiettivo di rendimenti a 10 anni “attorno allo zero”, così da tendere a una curva delle scadenze che riteneva e che a tutt’oggi ritiene essere ottimale per i suoi obiettivi.

Le ripercussioni nell’Eurozona

Il controllo della curva dei rendimenti non è mai stato esplicitato come obiettivo dalle banche centrali e nel caso in cui questo avvenisse, ci ritroveremmo con un mercato che conoscerebbe a priori a quali livelli di rendimento la banca centrale tenderebbe alle varie scadenze. Ciò avrebbe effetti dirompenti anche sulle altre economie. Immaginiamo, ad esempio, che la Fed annunciasse un target dell’1% per il Treasury a 10 anni, alla prossima recessione dell’economia americana. Inevitabili le ricadute anche nell’Eurozona: o qui si adeguerebbe subito la curva delle scadenze o il tasso di cambio euro-dollaro. Se, per ipotesi, i rendimenti restassero a livelli superiori nell’area, flussi di capitali si sposterebbero in essa e apprezzerebbero sia il cambio euro-dollaro che i bond.

Se si adeguassero prontamente, magari su impulso della stessa BCE, teso ad allontanare il rischio deflattivo di un super euro, il cambio rimarrebbe pressappoco stabile. Viceversa, nel caso in cui i rendimenti nell’area fossero inizialmente inferiori al target fissato dalla Fed per il Treasury.

Nel caso della BCE, però, la situazione sarebbe più complicata. Se mai dovesse ipotizzare di prendere in considerazione un target esplicito per i rendimenti a lungo termine, esso varrebbe per tutti i bond dei 19 stati membri? Se così fosse, significherebbe nel concreto perseguire l’azzeramento degli spread, cosa che Francoforte ha sempre evitato di fare per non inviare ai governi impulsi errati di politica fiscale, cioè per non indurli a comportamenti di azzardo morale. Per questo, se la Fed davvero facesse scuola da qui a qualche anno, come accadde con il QE nel 2008, la BCE si ritroverebbe forse a fare i conti con sé stessa, una volta per tutte. E ciò che oggi ci appare utopia, un domani potrebbe non esserlo.

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