E se il Tesoro emettesse una nuova tranche del BTp in dollari 2033?

Nuova emissione di BTp in dollari in rampa di lancio, anche se non si conosce la scadenza su cui il Tesoro vorrà puntare. Ecco perché non dovremmo escludere che riapra gli ordini per un'altra tranche del 2033.

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Nuova emissione di BTp in dollari in rampa di lancio, anche se non si conosce la scadenza su cui il Tesoro vorrà puntare. Ecco perché non dovremmo escludere che riapra gli ordini per un'altra tranche del 2033.

Entro la fine dell’anno, con ogni probabilità da qui a poche settimane, il Tesoro emetterà un nuovo BTp in dollari, per la prima volta dal 2010. La conferma è arrivata in questi giorni, anche se già lo aveva annunciato l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, alla fine dello scorso anno.

Di emissioni in dollari ne abbiamo un paio circolanti in Italia: il BTp 2023 e il BTp 2033. Quasi certamente, così com’è avvenuto quasi sempre in passato, il Tesoro opterà per un titolo di lunga durata, anche perché l’obiettivo dell’allungamento della vita media del debito pubblico italiano resta irrinunciabile e più che mai doveroso con il crollo dei rendimenti ai minimi storici.

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Quale nuova scadenza fisserà? E se optasse per offrire una nuova tranche del BTp 2033 (ISIN:US465410BG26)? In teoria, questa seconda soluzione non apparirebbe probabile, in quanto la cedola offerta sul bond emesso nel lontano giugno 2003 è del 5,375%, relativamente elevata, se si considera che lo stesso titolo oggi rende nemmeno il 3,10%. Perché pagare una cedola annua così alta, quando emettendo un bond alla pari ci si potrebbe limitare ad offrire intorno al 3%, alle attuali condizioni sui mercati?

Nuova tranche per il 2033?

Riflettiamoci un attimo. Se il Tesoro riaprisse il book per il bond del 2003, oggi ricaverebbe circa il 122% del valore nominale emesso. In altre parole, a fronte dei 2-3 miliardi di dollari ipotizzati, incasserebbe 2,4-3,6 miliardi di dollari. Il “sovrapprezzo” sborsato dagli acquirenti verrebbe impiegato per aumentare nell’immediato le riserve di liquidità dello stato, una volta convertite in euro ai tassi di cambio favorevoli di questa fase, che vede il dollaro ai massimi da due anni e mezzo contro la moneta unica. E quel mezzo miliardo di euro in più in cassa abbatterebbe le emissioni dei prossimi mesi, rallentando lo stock del debito. Certo, in cambio verrebbero effettuati maggiori esborsi annuali per corrispondere i tassi alti agli obbligazionisti, ma se nel frattempo il dollaro s’indebolirà, il loro peso in euro almeno si attenuerà.

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In più, la nuova tranche incrementerebbe la liquidità degli scambi del BTp 2033, le cui emissioni ad oggi ammontano a un totale di 2 miliardi di dollari, troppo pochi per “tradarlo”, per cui l’operazione verrebbe apprezzata dal mercato. Certo, essa avrebbe senso in un’ottica di più ampia ripresa delle emissioni di BTp con cedole elevate per fare cassa il più possibile e tagliare le emissioni future in quantità tali da segnalare ai mercati una capacità concreta di contenimento del debito, pur a costo di ridurre meno del previsto la spesa per interessi. Se restasse un tentativo isolato, va da sé che avrebbe scarso significato e che allo stato converrebbe, a quel punto, ipotizzare un BTp in dollari di durata più longeva, prendendo al balzo il crollo anche dei rendimenti americani in questi mesi, i quali sulla scadenza a 30 anni offrono poco più del 2%. E a questi spread, l’emissione avverrebbe a non oltre il 3,50%.

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