E le banche iniziano a “tradire” gli obbligazionisti sui bond perpetui

I casi di mancato esercizio delle "call" per le obbligazioni bancarie perpetue si moltiplicano e, a differenza di quanto siamo portati a pensare, sarebbe salutare che questa tendenza si diffonda.

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I casi di mancato esercizio delle

Un’altra obbligazione bancaria del tipo Additional Tier 1 (AT1), anche nota come “perpetua”, sta generando una certa tensione tra i creditori. First Abu Dhabi Bank, il principale istituto dell’emirato, starebbe considerando l’ipotesi di non esercitare la “call” fissata per il prossimo 17 giugno, avvalendosi di una facoltà teoricamente garantita per contratto all’emittente, ma che nei fatti il mercato ha inteso sempre a suo favore. Il titolo, emesso in dollari per 750 milioni nel 2015 e che offre cedola fissa annuale del 5,25% (ISIN: XS1243334668), nel caso in cui non venisse rimborsato alla data fissata per la call, staccherebbe per i prossimi 5 anni una cedola fissa pari al tasso midswap in dollari a 5 anni, incrementato di uno spread di 335 punti basi.

Obbligazioni subordinate “vietate” ai risparmiatori, giusto privarli di opportunità di guadagno?

Poiché attualmente il tasso di riferimento sul mercato si aggira allo 0,40%, la cedola scenderebbe in area 3,75%, inferiore al tasso a cui la banca riuscirebbe a rifinanziarsi sui mercati in questa fase. Pertanto, non le converrebbe redimere il bond, bensì mantenerlo in vita e pagando un interesse annuo più basso. Pensate che solo a inizio anno, questo tasso si attestava all’1,70%, per cui il costo del mancato rimborso sarebbe stato oggi superiore al 5%. Per contro, l’istituto rischia la reputazione tra gli investitori, i quali si sentirebbero “traditi” dalla mossa.

Le obbligazioni AT1 sono le subordinate più rischiose che le banche possano emettere. Nate dopo la crisi del 2008 per la volontà delle autorità di controllo di consentire agli istituti di emettere debito con caratteristiche parzialmente simili a quelle del capitale di rischio, così da innalzarne i requisiti patrimoniali, fino allo scorso anno non avevano mai dato problemi, perché tutte le banche si erano affannate ad esercitare la call fissata nei rispettivi prospetti informativi, per cui gli obbligazionisti avevano inteso questi titoli come se di fatto avessero una scadenza certa e a pochi anni.

In realtà, si tratta di strumenti finanziari senza scadenza e che, pertanto, gli emittenti potrebbero anche decidere di non rimborsare mai, specie se per farlo debbano ricorrere a un nuovo indebitamento sui mercati a condizioni penalizzanti, ovvero sostenendo costi superiori a quelli che avrebbero continuando a pagare le cedole, le quali dopo l’eventuale mancato esercizio della call vengono resettate secondo i criteri indicati nei prospetti.

Il “tradimento” delle europee

Oltre un anno fa, però, Santander fece saltare queste certezze con il primo mancato rimborso. Da allora, in Europa hanno seguito l’esempio Deutsche Bank e Aareal, mentre nel Golfo Persico è stata la volta di recente dell’omanita Bank Dhofar e di Ahli United Bank del Bahrein. In nessun caso è accaduto alcunché di grave, perché gli investitori hanno compreso che i mancati rimborsi non fossero conseguenza di una qualche insolvenza, anzi sono stati possibili proprio per la fiducia che gli emittenti hanno riposto nella comprensione del mercato, forti della loro solidità finanziaria.

CoCoBond Santander, mercato nervoso sul mancato pagamento della call option

Al contrario, provvedere ai pagamenti solo per non indispettire gli obbligazionisti sarebbe segno di debolezza, di timori di fughe dei capitali e al contempo abitua il mercato a prezzare male il rischio insito in questi bond, che non dimentichiamoci offrire rendimenti decisamente superiori a quelli dei bond senior di pari durata proprio in virtù delle incertezze sui tempi di rimborso. Gli investitori non possono pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Nel caso di First Abu Dhabi Bank, non è ancora detta l’ultima parola, se è vero che ieri Abu Dhabi ha riaperto i collocamenti dei bond a 5, 10 e 30 anni di aprile, spuntando per il trentennale un rendimento in area 3,50%. Se da qui alla scadenza di giugno il petrolio dovesse apprezzarsi sui mercati internazionali, scontando una ripresa graduale della produzione globale, sarebbe credibile che i rendimenti a lungo termine pretesi dagli investitori per la banca si abbassino e stringano rispetto a quelli sovrani, in previsione di un rischio di credito minore, consentendole di indebitarsi a costi più bassi e magari rendendo conveniente l’opzione del rimborso.

Anche perché il trentennale sovrano sul secondario offriva un rendimento del 3,26% lunedì scorso. E il rating della banca (“AA-” per S&P e Fitch, “Aa3” per Moody’s) risulta di poco inferiore a quello dell’emirato, per cui i costi di emissione non potranno discostarsi granché.

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