E i bond in rubli divennero ad alto rischio e forse il peggio deve arrivare

La crisi del petrolio colpisce anche il mercato obbligazionario della Russia, legando le mani alla banca centrale. E i dati ci segnalano che il peggio deve ancora venire.

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La crisi del petrolio colpisce anche il mercato obbligazionario della Russia, legando le mani alla banca centrale. E i dati ci segnalano che il peggio deve ancora venire.

Il rublo ha perso oltre il 20% contro il dollaro quest’anno, avvicinandosi ai minimi storici toccati nel gennaio 2016, non a caso quando anche allora le quotazioni del Brent sprofondarono sotto i 30 dollari al barile. Ieri, malgrado il recupero, sostavano a poco più di 25 dollari, ai minimi dal 2002. La crisi del petrolio rappresenta una zavorra per il cambio di Mosca, poiché la Russia figura primo produttore al mondo di greggio, la cui incidenza sulle esportazioni nazionali resta preponderante. E Goldman Sachs ha stimato in area 20 dollari le quotazioni per il secondo trimestre, tra mancato accordo russo-saudita per tagliare l’offerta e il collasso della domanda provocato dalla pandemia di Coronavirus.

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A risentire del tracollo è anche il mercato obbligazionario russo. I rendimenti a 10 anni degli OFZ sono esplosi da circa il 6% tra fine febbraio e inizi di marzo all’8,22% di ieri. La scadenza a 2 anni è passata nel frattempo dal 5,80% al 6,55%. E proprio oggi, la Banca di Russia dovrà decidere il da farsi sui tassi, ma quanto sta accadendo sui mercati restringe di molto i suoi margini di manovra. L’inflazione a febbraio è scesa al 2,3%, praticamente intorno ai minimi storici per la Russia post-sovietica. Considerando che gli interessi siano ancora del 6%, l’istituto avrebbe spazio per tagliarli e sostenere così l’economia in questa congiuntura internazionale complicata e lo stesso mercato dei bond.

Tuttavia, il crollo del rublo non le consentirà con ogni probabilità di mostrarsi aggressiva in politica monetaria. Già da marzo, il tasso d’inflazione dovrebbe accelerare, risentendo dell’aumentato costo dei beni importati. Proprio il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione è alla base del ripiegamento dei prezzi degli OFZ, ossia dell’impennata dei loro rendimenti.

E stando agli stessi dati, troviamo che la crisi in corso per la Russia sarebbe destinata a durare e ad aggravarsi. Alle quotazioni attuali (in dollari), un barile di Brent frutta ricavi per poco più di 2.000 rubli, la metà di inizio anno.

Rublo ancora in calo

Per le entrate fiscali di Mosca non importa il prezzo in dollari, bensì quello in rubli. E negli ultimi anni, la flessibilità del cambio ha consentito allo stato di mantenere le entrate costanti, compensando i frequenti cedimenti del greggio sui mercati. Adesso, però, il crollo dei prezzi si sta rivelando drammatico, circa triplo rispetto a quello del rublo contro il dollaro, suggerendo che, tranne che il Brent non recuperi frettolosamente e torni almeno sopra i 40 dollari, il Cremlino dovrà far fronte a una crisi fiscale, per cui dovrebbe emettere più titoli del debito o intaccare il fondo sovrano. Nel primo caso, i rendimenti ne risentirebbero per effetto della maggiore offerta di OFZ, nel secondo meno, anche se l’utilizzo degli accantonamenti fiscali affievolirebbe la solidità percepita del debito russo.

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Quest’ultimo è molto basso in rapporto al pil (15%) e quasi nullo, al netto del fondo sovrano, per cui il rischio default in assoluto resta molto basso. Ad ogni modo, poiché il rublo segue l’andamento del petrolio, dovrà deprezzarsi ancora, e pure di molto, per adeguarsi alle più basse quotazioni del secondo. Per i capitali esteri, un forte rischio di cambio investendo sull’obbligazionario locale, che si va ad aggiungere a quello più specifico legato proprio ai titoli, i cui prezzi non sarebbero destinati a tenere nel breve, a causa del mix tra inflazione attesa in rialzo e tassi necessariamente da tenere ai livelli attuali o solo in lieve ribasso.

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