Durata media dei bond sovrani legata ai debiti? Ecco come variano le scadenze tra stato e stato

La durata residua media dei titoli di stato varia da paese a paese e risulta grosso modo legata all'entità dei rispettivi rapporti tra debito e pil. Ecco come impatta sulla finanza pubblica.

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La durata residua media dei titoli di stato varia da paese a paese e risulta grosso modo legata all'entità dei rispettivi rapporti tra debito e pil. Ecco come impatta sulla finanza pubblica.

La durata media residua dei titoli di stato in Italia risulta leggermente scesa nel corso dell’ultimo anno, ma sarebbe già risalita rispetto ai 6,7 anni del novembre scorso, attestandosi attualmente a 6,8 anni. L’apice venne raggiunto nel 2010 con 7,2 anni, da allora si è scesi fino a un minimo inferiore ai 76 mesi nel 2014. Rispetto a inizio degli anni Novanta, quando il debito pubblico italiano scadeva mediamente ogni 2,5 anni, di passi in avanti ne abbiamo compiuti parecchi.

Tra i grandi stati, ci supera la Francia con scadenze medie superiori ai 7 anni, mentre la Germania non arriva a 6, così come gli USA. E la Svezia, tra i pochi emittenti con rating “AAA”, si ferma ad appena 4,5 anni. Come mai tali differenze tra stato e stato?

Debito pubblico, come allungare le scadenze con l’aiuto europeo senza pagare più interessi 

Quando un paese è molto indebitato e paga rendimenti salati sui bond che emette, ha l’esigenza di tutelarsi contro i rischi finanziari derivanti dal rialzo dei tassi sul mercato. Per questo, come fece l’Italia negli anni Novanta, punta a consolidare il debito sovrano, allungandone gradualmente le scadenze. In questo modo, man mano che i tassi aumentano, l’impatto sui conti pubblici si mostra debole. Ad esempio, se i rendimenti lungo l’intera curva delle scadenze aumentano di 100 punti base (1%), una cosa sarebbe che il debito scadesse tutto in un anno, un’altra che dovesse essere rinnovato in 10 anni. Nel primo caso, l’aggravio dell’1% arriverebbe subito, nel secondo in 10 anni, sempre che nel frattempo i tassi non abbiano ripiegato.

La durata dei bond all’estero

Non hanno questa impellenza gli stati con basso grado di indebitamento. La Germania, con un rapporto debito/pil intorno al 60%, non vede l’esigenza di emettere troppi Bund a lungo termine, visto che paga rendimenti negativi su scadenze fino ai 10 anni. In sostanza, viene pagata per indebitarsi a breve, medio e lungo termine. Qualcosa di simile accade con gli USA, che pure risultano complessivamente indebitati per oltre il 100% del loro pil.

Tuttavia, i Treasuries sono percepiti come beni rifugio sui mercati finanziari di tutto il mondo, anche perché il dollaro funge da valuta di riserva e i titoli in esso denominati ed emessi dal Tesoro americano vengono acquistati da privati e banche centrali per mettersi al riparo contro i rischi di cambio e per acquistare materie prime, oltre che per segnalare alle controparti finanziarie la propria solidità. Per questo, l’America riesce sempre a indebitarsi a basso costo.

Caso estremo nel senso opposto è quello del Regno Unito, che negli ultimi anni ha approfittato del crollo dei rendimenti per allungare le scadenze dei suoi bond fino alla media attuale di 15 anni, nonostante un rapporto debito/pil non elevato. L’eventuale rialzo dei tassi a Londra farebbe un baffo. Ci vorrebbero tre lustri per dispiegare del tutto i loro effetti, nel frattempo il governo avrà preso le contromisure opportune e i tassi avranno fatto sali e scendi. Insomma, più uno stato emette titoli a lunga scadenza, minori i rischi a cui espone i conti pubblici nel breve e medio termine. Ma sappiamo che i titoli più longevi sono più costosi da emettere, per cui all’impatto il consolidamento comporta un “trade-off” tra svantaggi a breve e benefici a lungo termine.

In un altro articolo, però, vi abbiamo raccontato la previsione di alcuni analisti, secondo cui i rendimenti resteranno bassi per decenni, anche grazie alla tendenza presso principalmente le economie avanzate a convogliare maggiori risparmi sui fondi pensione. E cosa fanno questi? Acquistano bond per buona parte dei rispettivi portafogli, al fine di garantire rendimenti certi agli iscritti. Il Regno Unito avrebbe beneficiato proprio di questo trend, riuscendo ad emettere Gilt a lunga scadenza e a costi contenuti, grazie all’elevata domanda dei fondi pensione britannici. In Italia, la previdenza complementare non è altrettanto sviluppata, anche per effetto di un sistema pensionistico pubblico ancora molto generoso, benché se ne dica. Che la scommessa in futuro sia farla decollare, a beneficio sia dei pensionati futuri e giovani di oggi, sia dei conti pubblici?

Perché i rendimenti nel mondo potrebbero restare bassi per sempre 

giuseppe.

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