Debito turco sempre più “spazzatura” dopo il taglio del rating di Moody’s

Obbligazioni sovrane della Turchia declassate a "B2" dall'agenzia, che rimarca le basse riserve valutarie. Rendimenti in salita e lira ai nuovi minimi storici.

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Obbligazioni sovrane della Turchia declassate a

Venerdì scorso, Moody’s ha declassato il rating sovrano della Turchia, tagliandolo di un gradino a “B2” da “B1” e mantenendo l’outlook negativo, una mossa che non esclude un ulteriore “downgrade” a breve. Pertanto, il debito sovrano di Ankara viene valutato ancora più “junk” o “spazzatura”, cioè esposto a un rischio medio-alto di default.

L’agenzia ha rimarcato che le riserve valutarie sono in calo da anni, ma adesso risultano scese ai minimi da decenni, in rapporto al prodotto interno lordo, anche per i tentativi (falliti) della banca centrale di difendere la lira turca sui mercati valutari.

Secondo Moody’s, questa situazione espone la Turchia a una crisi vera e propria della bilancia dei pagamenti. Da qui, il declassamento. Il rendimento del bond a 10 anni è risalito al 13,65%, ai massimi da fine agosto. Situazione analoga per la scadenza a 2 anni, al 13,32% e anch’essa ai livelli più remunerativi da quasi un mese.

Il cambio va giù. Contro il dollaro servono oggi 7,49 lire turche, oltre il 20% in più di inizio anno. Il collasso valutario contribuisce ad alimentare l’inflazione, che in agosto si è mantenuta pressoché stabile all’11,77%, restando di 350 punti base sopra il livello dei tassi, all’8,25%.

Proprio la reazione appropriata della banca centrale sarebbe l’elemento fondamentale che servirebbe al mercato per tornare gradualmente a riacquistare fiducia nella Turchia. Difficilissimo, però, che il governatore Murat Uysal riesca a ritagliarsi quella minima autonomia dal potere politico per varare una stretta monetaria, per giunta in piena crisi economica per via della pandemia.

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I rischi del debito sovrano turco

La Turchia non ha un problema di debito pubblico in sé, che in rapporto al pil nel 2019 chiudeva al 33%.

Il fatto è che buona parte di esso è denominato in valuta estera forte, specie in dollari. E le riserve di dollari si stanno assottigliando per la fuga dei capitali in corso da tempo, la quale amplifica gli effetti negativi dei saldi commerciali e correnti cronicamente passivi. In parole povere, Ankara esporta poco, non riesce a mettere in cassa valuta estera e risulta anche molto indebitata, nel pubblico come nel privato, in dollari, euro, etc. Di conseguenza, man mano che le riserve diminuiscono, si riducono anche le probabilità che il paese riesca a ottemperare ai suoi debiti con l’estero.

In teoria, una simile situazione genererebbe allarme anche tra i detentori dei bond denominati in valute straniere, ma il titolo decennale in dollari con scadenza 15 gennaio 2030 e cedola 11,875% (ISIN: US900123AL40) nelle ultime settimane si è apprezzato quasi a doppia cifra, in termini percentuali. Oggi come oggi, rende il 6,12%, circa 750 punti base in meno del decennale in lire turche. Quanto al quinquennale in scadenza il 5 febbraio 2025 e cedola 7,375% (ISIN: US900123AW05), offre il 5,88%, che si confronta con il 13,36% dell’omologo in valuta domestica e anche le sue quotazioni risultano essere parecchio risalite da agosto.

Sembra, cioè, che gli investitori stranieri puntino al debito turco internazionale per sfuggire alla crisi del cambio e approfittare degli alti rendimenti, oltre che delle cedole assai generose, ignorando, tuttavia, la debolezza delle riserve, precondizione per rendere sostenibili i pagamenti a breve e medio termine verso l’estero.

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