Il debito dei Mercati Emergenti non deve temere la Fed

A differenza che in passato, i rialzi dei tassi sul dollaro non minacceranno la stabilità dei mercati emergenti. L'analisi degli espertti di OMGI

di Mirco Galbusera, pubblicato il
A differenza che in passato, i rialzi dei tassi sul dollaro non minacceranno la stabilità dei mercati emergenti. L'analisi degli espertti di OMGI

Come gli elefanti, gli investitori hanno una buona memoria. Per coloro che investono nel debito dei Mercati Emergenti, due episodi avvenuti negli anni ’90 sono ben impressi in mente: il quasi default del Messico e la crisi finanziaria asiatica, entrambi in parte guidati dall’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti che ha portato scompiglio nelle valute di diversi Paesi.

È per questo motivo che l’accenno di una politica lievemente meno accomodante da parte della Fed ha scatenato il “Taper Tantrum” del 2013, quando molti investitori hanno abbandonato gli asset dei Mercati Emergenti con eccessiva premura. Riteniamo tuttavia – dice John Peta, Head of Emerging Market Debt, Old Mutual Global Investors  – che la fine degli anni ’90 rappresenti un modello non calzante della relazione tra il debito dei Paesi Emergenti più diversi tra loro, dal Brasile all’Ucraina, e le decisioni di politica monetaria della Fed.

Connettere i punti

Il rally di cui ha goduto il debito dei Mercati Emergenti nel 2017, secondo Peta, può continuare, dato che il contesto macroeconomico ricorda più da vicino quello del 2004-2006. In quel periodo l’asset class ha avuto una rapida crescita mentre la Fed alzava i tassi di interesse a un ritmo ponderato e cauto, in un contesto di forte crescita globale.  Quel ciclo di stretta monetaria si concluse con i tassi dei Fed Funds al 5,25%. Nel processo attualmente in corso i tassi di interesse potrebbero non raggiungere neanche la metà di quel livello, ciò perché a seguito della crisi finanziaria globale i funzionari della Fed hanno ridotto le stime del tasso di interesse neutrale, cioè quello a cui il Pil si espande al suo tasso tendenziale mentre l’inflazione resta stabile.

Le proiezioni dei tassi di interesse contenute nel “dot plot” dei policymaker riflette questa visione, che difficilmente cambierà sotto la imminente presidenza di Jay Powell, che è stato governatore della Banca Centrale sin dal 2012 ed è considerato un centrista. Le stime di mercato indicano che i tassi di riferimento si stabilizzeranno a livelli ancora inferiori. Riteniamo quindi – dice Peta  – che il debito dei Mercati Emergenti potrebbe sopportare più che bene un approccio così delicato alla stretta monetaria.

I problemi di Trump

Sebbene la Fed prenda in considerazione l’impatto delle proprie decisioni sull’economia globale, in quanto custode della valuta di riserva mondiale, decide in primo luogo basandosi sulle proprie previsioni per l’inflazione e l’occupazione negli Stati Uniti. Subito dopo le elezioni americane, quando gli investitori pensavano che Donald Trump avrebbe potuto essere in grado di spingere la propria agenda di ingenti tagli fiscali e spese infrastrutturali, dando forte impulso alla crescita economica, sembrava che le politiche della Fed avrebbero dovuto essere ricalibrate. Ricordando i movimenti visti durante il Taper Tantrum, gli investitori in debito dei Mercati Emergenti hanno tremato.

Tuttavia, mano a mano che la Casa Bianca veniva travolta da scandali e crisi e Trump si dimostrava quasi totalmente incapace di raggiungere i propri obiettivi al Congresso, gli investitori hanno ridotto le aspettative per l’economia e per la Fed, una benedizione per le obbligazioni dei Mercati Emergenti. Questa disfunzione di Washington ha anche fatto sì che il Presidente rinunciasse a portare avanti politiche commerciali più pericolose, dando ancora più sostegno all’asset class.

“Hot money”

Nel frattempo altri fattori che hanno rappresentato un ostacolo per il debito dei Mercati Emergenti negli ultimi anni sono diventati in gran parte elementi a sostegno. I prezzi delle commodity continuano ad essere ben lontani dai minimi storici cui erano sprofondati, dando sostegno ai Paesi esportatori di risorse naturali come petrolio e metalli comuni. Il dollaro statunitense ha ritracciato, dando sollievo al peso del debito sui creditori nei Mercati Emergenti e riducendo il rischio che i flussi di “hot money” lascino i Paesi in via di Sviluppo.

Intanto la crescita cinese si è stabilizzata a livelli più sostenibili. Una tendenza definita si è poi sviluppata nelle politiche domestiche di molti Mercati Emergenti, dove gli elettorati chiedono una migliore governance economica, soprattutto in Brasile e Argentina. In questo contesto, non crediamo che sia particolarmente coraggioso sostenere che gli investitori nel debito dei Mercati Emergenti abbiano poco da temere da parte della Fed. Al contrario – fa notare Peta – vediamo opportunità importanti nell’asset class nel caso in cui il guardiano della valuta USA continuerà a schiacciare il pulsante dell’aumento dei tassi, purché si tratti di rialzi lievi.

Ci aspettiamo – conclude Peta  – che i mercati a rendimenti più elevati sovraperformeranno in questo scenario. Tra i bond denominati in valuta locale, in questi mercati includiamo alcuni Paesi dell’America Latina, come il Brasile; nei mercati con valuta forte, favoriamo una serie di nazioni africane, alcune delle quali sotto il programma dell’FMI. Sicuramente, il parallelismo con il contesto macroeconomico del 2004-2006 offre qualche motivo di attenzione: ricordiamo tutti come finì quel periodo di esuberanza nei mercati. Sebbene non ci aspettiamo un’altra crisi nel breve termine, continuiamo a prestare attenzione a potenziali rischi per questa asset class. Cerchiamo di imparare dai guai dei mercati del passato, evitando di restarci intrappolati.

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Argomenti: Mercati Emergenti

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