Dal Giappone altri flussi di denaro sui BTp?

Acquisti record di titoli di stato italiani e australiani da parte dei fondi nipponici. Altri capitali potrebbero riversarsi su questi bond, ma i segnali appaiono discordanti.

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Fondi in Giappone in frenata sui titoli di stato

Nel semestre aprile-settembre 2020, le compagnie assicurative del Giappone hanno condotto acquisti netti di obbligazioni straniere a medio-lungo termine per 266 miliardi di yen, 2,15 miliardi di euro. Nello specifico, nel trimestre luglio-settembre sono risultate venditori netti. Viceversa, nel periodo aprile-agosto hanno acquistato 3.000 miliardi di yen netti o oltre 24 miliardi di euro. Si direbbe, quindi, che persino gli investitori nipponici abbiano iniziato ad avvertire lo stress da bassi rendimenti. Con il crollo da questi accusato negli ultimi mesi, a seguito dell’allentamento monetario di tutte le principali banche centrali in reazione al Covid, diventa sempre più arduo per gli assicuratori di Tokyo mettere a frutto i loro asset da circa 3.150 miliardi di euro.

I movimenti dei capitali dal Giappone non sono secondari, perché qui i fondi sono andati a caccia di bond italiani e australiani quest’anno, approfittando dei loro rendimenti relativamente elevati e della forma ripida delle rispettive curve. La ripidità è un elemento di osservazione importante per investire, perché segnala il premio ottenuto dall’impiego della liquidità su scadenze più lunghe rispetto a quelle più brevi. Una curva piatta segnala indifferenza tra l’investire a lungo o a breve termine, mentre una ripida crea maggiori opportunità di guadagno puntando sul tratto lungo.

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Il Giappone ci fa un po’ di concorrenza

I bassi costi di “hedging” dovrebbero stimolare il ritorno agli acquisti di obbligazioni straniere nella seconda parte dell’anno fiscale, quella che è iniziata in ottobre e si concluderà nel prossimo marzo. Tuttavia, i principali attori stanno comunicando piani che vanno nel senso opposto, anche perché nel frattempo ad essere diventata più allettante è stata la curva sovrana domestica.

Nell’agosto dello scorso anno, ad esempio, i bond governativi a 30 anni offrivano lo 0,14%, quelli a 2 anni il -0,33%. Oggi, i primi rendono lo 0,62% e i secondi il -0,15%. Lo spread tra le due scadenze è lievitato da 57 a 77 punti base. Non sono movimenti da poco per un mercato ormai rassegnatosi a non percepire quasi alcunché neppure nell’arco di 30 o 40 anni.

Resta il fatto che i titoli di stato italiani, in particolare, rimangano tra i più redditizi del mondo avanzato. Un decennale offre ancora più di un trentennale nipponico e sui 50 anni si può portare a casa sopra l’1,80%, quasi tre volte il quarantennale di Tokyo. Tuttavia, l’effetto cambio incide parecchio sulle decisioni di investimento. Se prevalesse una previsione “bearish” sull’euro per i prossimi mesi, probabile che gli istituzionali opteranno per tenere i capitali a casa. Viceversa, aspettative “bullish”  giocherebbero a favore di una nuova capatina in Italia.

Per fortuna, indipendentemente da queste considerazioni i fondi dovranno investire in assets stranieri almeno parte del loro portafoglio per ragioni regolamentari. Si tratta di diversificare il rischio su base geografica e di incrementare il rendimento anche acquistando assets meno liquidi. Per i BTp forse la festa non è finita.

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