Curva dei bond in Giappone più ripida, in Europa si appiattirà?

Curva delle scadenze più ripida in Giappone, con i rendimenti dei bond a lungo termine in risalita. Sono le conseguenze delle ultime dichiarazioni della banca centrale di Tokyo, che si faranno sentire anche in Europa.

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Curva delle scadenze più ripida in Giappone, con i rendimenti dei bond a lungo termine in risalita. Sono le conseguenze delle ultime dichiarazioni della banca centrale di Tokyo, che si faranno sentire anche in Europa.

In poche sedute, la curva delle scadenze in Giappone si è fatta un po’ più ripida. Il bond a 10 anni rende oggi il -0,214%, in rialzo dal -0,25% di metà settimana scorsa. Sul tratto a 30 anni, il rendimento è salito dallo 0,32% allo 0,355% e su quello a 40 anni dallo 0,385% allo 0,425%. In lieve rialzo, ma in misura minore, sul biennale: -0,32% oggi, -0,34% settimana scorsa. Lo spread tra rendimenti a lungo e quelli a breve si allarga, pur di poco, e sarebbe la conseguenza delle dichiarazioni del governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, secondo il quale nel caso in cui la politica monetaria dovesse essere ulteriormente allentata, la curva non dovrebbe risultare troppo appiattita.

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Queste parole spingono da giorni il mercato a scontare sia un nuovo taglio dei tassi dal -0,10% al -0,30%, sia interventi dell’istituto per rendere la curva un po’ più ripida. Già nel tardo 2016, la banca centrale nipponica aveva sorpreso con il cosiddetto “quali-quantitative easing”, finalizzato a tenere i rendimenti decennali “attorno allo zero”, così da non perdere il controllo della curva. Adesso, il governatore interverrebbe con acquisti concentrati sul tratto a medio-breve termine, in modo da far salire un po’ i rendimenti a lungo.

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Se ciò accadesse, per il mercato obbligazionario europeo ci sarebbero conseguenze dirette più o meno immediate. Gli investitori istituzionali domestici, in previsione dei cali dei prezzi sul tratto a lungo, deciderebbero di spostare i loro acquisti sul tratto a breve, sostenuto dall’allentamento monetario, al contempo disinvestendo sul tratto a breve e puntando su quello a lungo in Europa.

In definitiva, i rendimenti nell’Eurozona si ridurrebbero per le scadenze più longeve della curva e si alzerebbero per quelle più corte, esitando un appiattimento.

Chiaramente, stiamo ragionando a politica monetaria invariata della BCE. Con il ritorno agli acquisti di assets a novembre, Francoforte potrebbe sempre decidere di reagire per evitare l’appiattimento delle curve nell’area, considerato un fattore di rischio per l’economia, in quanto disincentiverebbe l’erogazione dei prestiti. Come? Concentrandosi anch’essa sugli acquisti a breve. In realtà, il suo margine di manovra sarebbe più limitato di quello del Giappone, come segnalano i rendimenti nettamente più bassi per le scadenze brevi nell’area. Il Bund a 2 anni, ad esempio, offre già circa mezzo punto percentuale in meno dell’omologo di Tokyo. E a dire il vero, nei mesi scorsi si era persino diffusa voce che la BCE stesse studiando il modo di ridurre i rendimenti a lungo con acquisti concentrati sulle scadenze più longeve, così da rendere più sostenibili i debiti sovrani e corporate e indurre governi e imprese a consolidare le rispettive passività.

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Infine, la forma delle curve nell’unione monetaria varierà anche sulla base delle aspettative sulle prossime mosse dell’istituto. Dopo settimane di euforia sul varo atteso e confermato di nuovi stimoli monetari, sembra proprio che il dopo Draghi si rivelerà più complicato di quanto già scontato, con il board più diviso che mai sull’opportunità di continuare a battere la strada dell’accomodamento a dosi elevate. Difficile un’inversione di tendenza a breve, più ipotizzabile un eventuale cambio graduale di policy con l’insediamento di Christine Lagarde, qualora i fondamentali macro non autorizzassero a proseguire a lungo con nuovi stimoli. Un rialzo dei tassi atteso più vicino farebbe risalire in fretta i rendimenti a breve, appiattendo la curva. Viceversa, nel caso contrario.

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