CTz e BTp€i, se anche l’asta di ieri ci racconta di uno scivolamento nella deflazione

Rendimenti in crescita alle aste del Tesoro. I titoli di stato risentono del clima negativo dell'Italia, pur esitando costi ancora molto bassi, ma segnalandoci problemi in divenire per l'economia italiana.

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Rendimenti in crescita alle aste del Tesoro. I titoli di stato risentono del clima negativo dell'Italia, pur esitando costi ancora molto bassi, ma segnalandoci problemi in divenire per l'economia italiana.

Ieri, il Tesoro ha emesso titoli di stato per complessivi 3,441 miliardi di euro, di cui 2,75 miliardi di CTz (il massimo della forchetta 2,50-2,75 miliardi fissata) e 691 milioni di BTp€i, poco meno del massimo per il range 500-750 milioni previsto. Nel dettaglio, il CTz 29 novembre 2021 (ISIN: IT0005388928) è stato assegnato a un rendimento medio lordo in salita allo 0,307% dal -0,143% di febbraio, mentre il BTp€i 15 settembre 2041 e cedola 2,55% (ISIN: IT0004545890) ha esitato un rendimento lordo in crescita all’1,77%.

Asta BTp€i e CTz: salgono sensibilmente i rendimenti, buona la domanda

Partiamo ad analizzare il secondo. Nello scorso novembre, il titolo con cedola indicizzata all’inflazione nell’Eurozona offriva un rendimento dell’1,02%, che si confrontava con l’1,89% del BTp di durata simile. In altre parole, il mercato allora stava scontando un’inflazione media nell’arco dei prossimi 20 anni di poco meno dello 0,90%. Questa risulta dalla differenza tra i due rendimenti. Ieri, il BTp con cedola fissa e scadenza più vicina al BTp€i rendeva l’1,97%, esattamente lo 0,20% in più. Dunque, da qui a oltre 20 anni, il mercato avrebbe ridotto le aspettative d’inflazione quasi a zero, in un certo senso prendendo in considerazione che per un periodo nell’arco del ventennio, i prezzi al consumo possano persino contrarsi, cioè che l’economia nell’area scivoli nella deflazione.

Se si aspettasse un’inflazione maggiore, comprerebbe più BTp€i per tutelarsi dal rischio di perdita del potere di acquisto e il rendimento di questi scenderebbe, allargando il divario con l’omologo BTp, esitando proprio aspettative d’inflazione più alte. Viceversa, se si aspettasse una crescita dei prezzi ancora più bassa.

Cosa emerge dall’asta

Venendo ai CTz, trattasi di bond senza cedola.

Questa è l’unica differenza con i BTp, per cui generalmente il mercato pretende un minimo premio per comprarli rispetto ai titoli che erogano periodicamente cedole. Qui, infatti, si rimane a bocca asciutta fino alla data di scadenza, quando verrà rimborsato un capitale superiore a quello versato, a meno che i rendimenti non siano negativi, per il quale caso il capitale rimborsato risulterà inferiore a quello investito.

Ieri, il BTp di pari durata esitava sul mercato secondario un rendimento dello 0,23%, cioè di circa 8 punti base (0,08%) inferiore a quello del CTz. All’asta di febbraio, emerse una differenza sostanzialmente nulla (-0,143% contro -0,14%), mentre a quella di gennaio il CTz offriva -0,168% e il BTp -0,13%. Dunque, siamo passati da un rendimento inferiore a quello dei BTp a uno leggermente superiore. In teoria, questo trend dovrebbe riscontrarsi nelle fasi in cui si prevede un’accelerazione dell’inflazione nel breve periodo, quando si riterrebbe che, a parità di scadenza, meglio sarebbe incassare nel frattempo le cedole. Nei periodi di inflazione attesa calante, l’investitore dovrebbe mostrarsi più interessato ai CTz, non avendo timore dei mancati pagamenti delle cedole, confidando nella tenuta del potere di acquisto.

Pertanto, l’esito dell’asta di ieri è apparso contraddittorio, segnalando da un lato un rischio crescente di deflazione, dall’altro un qualche timore di segno opposto. L’unica spiegazione credibile consiste nell’aumentata percezione dei rischi a breve per via della crisi economica e fiscale in corso e provocata dall’emergenza Coronavirus. Il mercato vorrebbe tenersi liquido, intravedendo vari pericoli da qui alla fine dell’anno prossimo, un periodo estremamente sensibile per il futuro dell’Italia, diremmo fatale. E ad accusare i ribassi peggiori sono tipicamente i titoli con basse cedole o senza cedole, la cui “duration”, a parità di scadenza, risulta superiore e, quindi, la volatilità maggiore. Gli investitori fiuterebbero, in buona sostanza, le fibrillazioni.

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