Cosa ci dice il mercato dei bond sulla ripresa post-Covid e come influenza l’oro

I rendimenti bassissimi di questa fase rispecchiano l'andamento e le aspettative sull'economia globale, avendo effetti anche sulle quotazioni del metallo.

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I rendimenti bassissimi di questa fase rispecchiano l'andamento e le aspettative sull'economia globale, avendo effetti anche sulle quotazioni del metallo.

I rendimenti americani sono scesi lungo la curva quest’anno in misura considerevole. Il Treasury a 10 anni offre circa lo 0,70%, in netto calo dall’1,88% di inizio anno. Il trentennale è passato dal 2,33% all’1,49%. Livelli assoluti abbastanza elevati rispetto all’Eurozona, dove è possibile trovare curve delle scadenze totalmente in territorio negativo. La Germania, ad esempio, offre poco più del -0,10% per il suo Bund a 30 anni, la scadenza tedesca più lunga. L’estremo accomodamento monetario di tutte le principali banche centrali ha iniettato liquidità a fiumi sui mercati, a tutto sostegno dei corsi obbligazionari, sovrani e corporate.

Ma i livelli infimi dei rendimenti sovrani sono anche la conseguenza di aspettative d’inflazione molto contenute per i prossimi anni. Negli USA, il mercato si attenderebbe oggi una crescita annua dei prezzi al consumo da qui ai prossimi 5 anni nell’ordine dell’1,50% all’anno. A marzo, nel pieno delle tensioni finanziarie, si era scesi a un minimo dello 0,14%. Lo testimoniano gli spread tra Treasury a 5 anni con cedola fissa e quelli con cedola legata all’inflazione sulla medesima scadenza. Nell’Eurozona va ben peggio.

Ecco i tre segnali che arrivano dal mercato dei Treasuries

Rendimenti bond e prezzi oro

A loro volta, bassi tassi d’inflazione appaiono correlati a una bassa crescita attesa per le principali economie. I mercati obbligazionari, in buona sostanza, ci stanno segnalando che la ripresa post-Covid sarà tutt’altro che veloce. Per questo, gli investitori cercano riparo nei “safe assets”, tra cui l’oro. Quest’anno, le quotazioni del metallo sono salite fino a un massimo di oltre il 36%, ma dall’apice storico toccato a inizio agosto sono scese di quasi l’8% a poco più di 1.900 dollari.

Eppure, i bassi rendimenti dei bond spronerebbero i prezzi aurei. Già, ma poiché i primi riflettono la bassa inflazione attesa, i secondi seguono. L’oro è un asset che si acquista per proteggersi principalmente dal rischio di perdita del potere di acquisto, venendo meno il quale le quotazioni soffrono.

Come i rendimenti negativi sostengono l’oro a 2.000 dollari

Se guardiamo all’andamento dell’oro negli ultimi mesi, notiamo che esso rifletterebbe quasi alla perfezione quello dell’inflazione attesa negli USA e monitorata attraverso il succitato “breakeven” a 5 anni. A marzo, il metallo scendeva sotto i 1.500 dollari, risalendo fino ai primi di agosto, mese in cui l’inflazione americana attesa per il prossimo quinquennio si riportava ai massimi dell’anno, cioè a poco sotto l’1,70%. Di lì in poi, il ripiegamento, guarda caso di entrambi i dati.

Nel frattempo, infatti, il petrolio ha interrotto la risalita e ha ripiegato verso i 40 dollari, sostandovi da settimane, segnalando a sua volta come i consumi energetici stiano rimanendo bassi e non ci si aspetta che si riprendano ai livelli pre-Covid da qui ai prossimi mesi e, forse, qualche anno. Dunque, i bassi rendimenti sovrani e corporate sono il riflesso di aspettative pessimistiche sull’economia globale nel medio termine. Certo, se l’inflazione rispuntasse per qualche motivo (vedi il fenomeno del “reshoring”) prima del previsto, per gli obbligazionisti sarebbe un disastro. Avrebbero immobilizzato risorse fino al lunghissimo periodo per rendimenti da fame, i quali si rivelerebbero tragicamente insufficienti anche solo per coprire il rialzo dei prezzi. E ripartirebbe la corsa dell’oro, al netto delle tensioni geopolitiche e della forza del dollaro.

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