Cosa ci attende dopo un anno segnato dal ritorno della volatilità

Secondo Philipp Vorndrann, Capital Market Strategist, Flossbach Von Storch AG, è fondamentale l’ottica di lungo termine

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Secondo Philipp Vorndrann, Capital Market Strategist, Flossbach Von Storch AG, è fondamentale l’ottica di lungo termine

Il 2018 sta ormai volgendo al termine. E come ogni anno siamo certi di vederspuntare nei supermercati i dolcetti natalizi prima ancora che finisca l’estate,così puntualmente, a partire da fine agosto, mi sento rivolgere la solita domanda:ci saràunrally di fine anno?

E più passano i mesi, più pressante diventa la domanda, emaggiore è la probabilità che illustri esperti – preferibilmentedavanti a telecamere e microfoni accesi – diano le loro brillantirisposte. Ma io mi chiamo fuori, perché il quesito è sbagliatoin partenza. Chiunque lo ponga o pretenda di risponderedimostra solo di non aver compreso la natura degli investimentia lungo termine.

Ci sono interrogativi molto più interessanti a cui dare risposta

Ad esempio: come andranno i mercati dopo questo andamento“a dente di sega”? Intendo in un’ottica di lungo periodo,non la prossima settimana. Quest’anno le fasi a dente disega ci hanno creato parecchi grattacapi: un consolidamentodei mercati dopo un lungo periodo di rialzi, il ritorno dellavolatilità, la normalizzazione delle fluttuazioni sui mercati. Tutti fenomeni tipici di un mercato che alla fine deve purmetabolizzare un forte rialzo. Ed è proprio ciò che è accadutonel 2018, rendendo nervosi molti investitori.

Osservando l’indice FvS Investor Sentiment di Flossbach vonStorch si può notare il clima di crescente nervosismo: la quotaazionaria media, che a ottobre era pari al 58,5%, si è ridotta progressivamentefino a fine novembre attestandosi al 53,8%, il livellopiù basso dal mese di febbraio 2017. Dando uno sguardoagli USA, si direbbe che anche qui le file degli “orsi” si stianoinfoltendo poiché la quota azionaria diminuisce. Due segnalidi un crack alle porte?

In realtà suggeriamo di considerare con molta cautela questainterpretazione. L’indagine sul sentimentdegli investitori condottadall’American Association of IndividualInvestors (AAII) tragli investitori statunitensi racconta uno scenario un po’ diversoda quello di una quota azionaria “in declino”: oggi la quota azionariamedia degli investitori USA si attesta intorno al 70% e superala media di lungo periodo (ca. 61%) da ben 67 mesi consecutivi.

Quotazioni azionari ancora elevate negli USA

Riteniamo dunque che gli investitori statunitensi stiano diventando più scettici, ma le loro quote azionarie rimangono elevate. Perché? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornarecol pensiero ai mercati finanziari di una decina d’anni fa: all’epoca,per reagire ai movimenti di mercato, i gestori di portafogliopotevano spostare rapidamente gli investimenti dalleazioni alle obbligazioni alla liquidità e ottenere rendimentiglobali soddisfacenti.

Ma oggi non è più così: i tassi bassi impedisconodi ottenere con facilità, con un portafoglio di titolidi Stato convenzionale, un reddito soddisfacente che possasostituire i rendimenti azionari. Oggi gli investimenti azionariin portafoglio rivestono una funzione strategica fondamentale,molto più determinante rispetto ad allora proprioperché ormai mancano alternative adeguate sul mercatoobbligazionario.

Tornando al nostro rally di fine anno, un’altra questione moltopiù importante da chiarire riguarda i trend in un’ottica di lungo termine. E a determinarli saranno probabilmente la Cina, gliStati Uniti e l’Europa: chi di loro sarà la maggiore potenza mondialefra 10 o 15 anni? Gli USA di Donald Trump rivendicanola leadership al grido di “America first” – e vista la debolezzacongiunturale in Cina, forse in questo momento potrebberoeffettivamente conquistarla. Ma riuscirebbero anche a mantenerlaa lungo? Chissà, qualche dubbio è quantomeno lecito.

E il Vecchio continente, come si colloca in questo contesto?

A nostro avviso, un’Unione Europea a tratti disfunzionale ètroppo concentrata su se stessa per svolgere un ruolo dimediazione tra USA e Cina. Per cui non crediamo abbia grandimargini per rafforzare la propria posizione. In buona sostanza, per gli investitori si tratta di capire dove potranno acquistare asset di qualità a prezzi ragionevoli in futuro. Negli Stati Uniti? In Cina? O forse in Europa? Probabilmentesarà più importante rispondere a questa domanda piuttostoche chiedersi se assisteremo o meno a un rally in chiusurad’anno.

Ricordo bene che, verso la fine del 2017, diversi esperti deimercati finanziari avevano previsto che il 2018 sarebbe stato“l’anno dell’Europa” e che le Borse europee presentavanoun enorme potenziale di crescita. Oggi sappiamo che non èandata proprio così, basti pensare alla Brexit, all’Italia, alle azionitedesche percepite come warrant sulla Cina. E a fine 2017c’erano anche parecchi osservatori che si aspettavano una crisinegli USA, mentre si è avverato l’esatto contrario. Ma stiamocerti che, anche quest’anno, qualche esperto ci saprà dire see quando il rally di fine anno arriverà. Nel frattempo compratepure i dolcetti di Natale. Ma non abbuffatevi, perché se si esageradiventano tanto indigesti quanto la domanda sul benedettorally di fineanno. Credetemi, parlo per esperienza.

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