Comprare o vendere i Gilt della Regina Elisabetta prima della Brexit?

Accordo sulla Brexit vicino a pochi giorni dal termine del 31 ottobre. E i bond di Sua Maestà offrono opportunità d'investimento, a seconda dello scenario e dell'orizzonte temporale su cui si punta.

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Accordo sulla Brexit vicino a pochi giorni dal termine del 31 ottobre. E i bond di Sua Maestà offrono opportunità d'investimento, a seconda dello scenario e dell'orizzonte temporale su cui si punta.

Accordo o non accordo? E’ la settimana decisiva per la “Brexit”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La scadenza è fissata per la mezzanotte del 31 ottobre, entro cui deve essere trovata un’intesa tra Londra e Bruxelles per regolare le relazioni commerciali (e non) dal giorno dopo. Il 17 e 18, però, il vertice UE risulterà determinante per verificare se entro il 19 Johnson possa finalmente presentare al Parlamento un accordo da sottoporre al voto dei deputati. Lo scenario di un “no deal” si affievolisce da giorni e crescono le quotazioni di un accordo, che passi da quel “backstop” così fortemente osteggiato dal premier Boris Johnson e su cui la posizione della stessa Irlanda si è ammorbidita dalla scorsa settimana. Non a caso, nelle ultime sedute la sterlina guadagna il 2,7% contro il dollaro, portandosi a 1,2648 nella mattinata odierna, ai massimi da giugno. Contro l’euro, mette a segno un rialzo del 3,35% a 0,8707, ai massimi da maggio.

Comprare o vendere i bond di Sua Maestà Elisabetta II, i cosiddetti “Gilt”? La risposta non è così semplice. Partiamo, anzitutto, da una constatazione. I rendimenti sovrani britannici nelle ultime sedute si sono impennati, passando dallo 0,40% allo 0,63% in appena 7 giorni per la scadenza a 10 anni. Per quella a 2 anni, si è saliti dallo 0,32% allo 0,50%. Controsenso? No, semplice ritorno all’appetito per il rischio con le schiarite sulla Brexit. I titoli di stato sono rifugi nelle fasi di tensione, per cui si mostrano correlati negativamente agli eventi favorevoli.

Dunque, se sarà Brexit con accordo i rendimenti UK saliranno, cioè i prezzi scenderanno e converrebbe vendere poco prima che ciò accada, mentre se l’uscita dalla UE avvenisse senza accordo i prezzi saliranno e dovremmo comprare? Esiste un terzo scenario, quello di una ennesima proroga del termine per la Brexit, anche perché legalmente Johnson dovrebbe incassare un accordo per sancire il divorzio tra Londra e Bruxelles.

L’evento sarebbe probabilmente percepito positivamente sui mercati, per cui i prezzi dei Gilt scenderebbero.

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La variabile sterlina sui Gilt

C’è una variabile di cui tenere conto: il cambio. I titoli di stato UK sono investimenti in sterline. Se il “pound” è atteso rafforzarsi contro l’euro, meglio acquistare, altrimenti vendere. E ciò avverrebbe rispettivamente nel caso di Brexit con e senza accordo. Poiché il cambio della sterlina e i prezzi delle obbligazioni tenderanno a muoversi in direzione opposta, come comportarsi? E’ di tutta evidenza che dovremmo acquistare quei Gilt, i cui prezzi si muovano in direzione favorevole (sfavorevole) più velocemente (più lentamente) del cambio. Nel caso di un accordo, la sterlina si rafforzerebbe e i prezzi dei Gilt scenderebbero, scontando minori rischi, ma in misura crescente lungo la curva delle scadenze.

Pertanto, dovremmo eventualmente puntare sui bond a medio-breve termine, i cui cali percentuali sarebbero verosimilmente inferiori ai rialzi che la sterlina metterebbe a segno contro l’euro. Rischioso sarebbe l’acquisto o la stessa detenzione dei Gilt a lungo termine, che per l’elevata “duration” tenderebbero a deprezzarsi maggiormente. Viceversa, nel caso di “no deal”, ad apprezzarsi maggiormente sarebbero i bond più longevi, ragione per cui sarebbe più opportuno puntare sul tratto lungo della curva, mentre quello breve rischierebbe di esitare (in euro) risultati negativi.

Ad esempio, nell’ultima settimana i Gilt a 2 anni hanno perso lo 0,9%, quelli a 10 anni il 2,2% e i ventennali il 2,9%, in tutti e 3 i casi meno dei guadagni riportati dalla sterlina contro l’euro. Gli analisti di Goldman Sachs stimano che con l’accordo, il cambio contro il dollaro si apprezzerebbe a 1,30, cioè di almeno il 3% rispetto ad oggi. Ricordiamo che prima del referendum sulla Brexit, tenutosi il 23 giugno 2016, il cambio era a 1,50, quasi il 16% più alto, segno che di margini per recuperare terreno ve ne sarebbero, anche contro l’euro e al netto delle previsioni sulle politiche monetarie di Bank of England e BCE.

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